L’ISAURO E IL FOGLIA

Pesaro e i suoi Castelli nei disegni di Romolo Liverani

Giovanni Dassori

Pesaro ’86

Da alcune memorie e scritture antiche si raccoglie che i Minori Osservanti si stabilirono nelle vicinanze di Pesaro nel 1442, sostando all’inizio in una chiesa con convento già delle monache di San Francesco, che l’abate Luigi Giordani indica prossima a Miralfiore [A. CALOGERÀ, Nuova Raccolta d’Opuscoli Scientifici e Filologici, Nuova Serie, XX, Venezia, 1760] e il Fabbri all’Ingualchiera, una conceria a circa un miglio fuori porta "Curina" o "Collina" [F. Fabbri, Istoria della vita et morte del glorioso S. Terenzio Martire titulare et protettore della città di Pesaro, ms. Oliv. 320, p. 711].

 
Ma i religiosi francescani avevano ottenuto sin dal 1438 da papa Eugenio IV la direzione spirituale del nuovo monastero del Corpus Domini (l’antico venne soppresso nel 1485 quando fu incorporato al nuovo sito tra la strada percorsa dal "banditore" e le mura, poco più indietro della piazza dell’Olmo indicata anche nella pianta di Pesaro di P. Mortier col n. 86), un tempo casa di monache terziarie istituita da Elisabetta moglie di Malatesta il Senatore, poi convertita in vero monastero con annessa piccola chiesa da Battista da Montefeltro (1384-1448), figlia di Antonio settimo conte di Urbino e di Agnesina di Giovanni dei Prefetti di Vico, e sorella di Guidantonio e di Anna, moglie di Galeazzo Malatesta, signore di Pesaro, e nuora quindi di Elisabetta, "donna litteratissima, e tenuta in gran pregio da’ virtuosi del suo tempo ("..fuit non feminei ingenii sed angelici atque divini potius, nam latinum atque vulgarem facile babuit: ideo collocanda esset inter Musas et novem sorores, autpotius inter deas" — Anonimo, sec. XV, Cod. Locatelli), nonché devotissima di Santa Chiara e dedita a opere di cristiana pietà [L. JACOBILLI, Vite de’ Santi e Beati dell’Umbria, 11, p. 5, Foligno, 1656; ms. Oliv. 454 (Miscellaneo), Il, Raguaglio della Moglie di Galeazzo Malatesta].
 
Nel Viridarium presso Miralfiore, fuori dell’antica porta Collina, luogo disabitato e malsano per la presenza in molti avvallamenti del suolo di acque stagnanti miasmatiche causa di "infirmità continue", il primo nucleo di sei religiosi visse per ventisette anni in silenzio e nella preghiera, interrotti verso la fine del 1464 dall’accorata supplica del loro governatore p. Alessandro da Fano ad Alessandro Sforza, conte di Cotignola, ed allora Vicario Generale di Pesaro per la Sede Apostolica, ed alla Comunità della stessa Pesaro, che implorava il trasferimento dei frati in "luogo d’aria più salubre, dentro la città o suoi borghi", non potendosi tollerare oltre la loro infelice condizione."Così nell’anno seguente (1465), a Nome di d° Aless.ro e del Publico fù impetrato dal Pontefice Paulo 20 un Breve speziale spedito in Roma alli 27.di Marzo (29 marzo, secondo il Giordani), e diretto a Mons. Giovanni Benedetti, Vescovo di Pesaro, di poter trasportare l’Antico Convento ne Borghi della Città in luogo commodo et onesto, e salubre, sicome fù eseguito trasferendo la Chiesa Vecchia di S. Francesco nella Chiesa di S. Eracliano, che per essere Parocchiale, e sotto la Cura d’un Priore dell’Ordine di S. Bendetto subordinato al Monastero di Chiaravalle, fù unita et annessa con l’Autorità Pontificia alla Chiesa e Cura di S. Cassiano retta parimente da un altro Priore e Monaci di S. Benedetto. Era in quel tempo Guardiano del Primo Convento di S. Francesco (al Viridarium) frà Pietro da Modena [ms. Oliv. 382, V, e. 262 r.-v., Della Fondazione del Convento de’ PR Minori Osservanti Riformati di Pesaro].
 
Nell’angusto e vecchio monastero benedettino dedicato a Sant’Eracliano (titolo che, nell’uso comune rimase per un certo periodo anche dopo il suo cambiamento in quello di San Giovanni Battista), sito non lontano dal Tentamentum, conosciuto in seguito sotto il nome di conventum sancti Francisci ad Torrosinum, di qua dal ponte sul Foglia, dove i Minori Osservanti vissero dal 12 settembre 1465 per oltre trent’anni, operò in odore di santità fr. Anastasio da Milano, ricordato dalla famiglia dei religiosi per la generosità del carattere e le lunghe lotte sopportate contro ogni genere di tentazione diabolica. Alla sua morte, avvenuta il 7 ottobre 1472, il popolo ammesso alle esequie ebbe agio di vedere il misero luogo dove i francescani vivevano e quella piccola chiesa quasi in rovina.
 
S’imponeva davvero una nuova costruzione. Alessandro Sforza aderì al comune desiderio di provvedervi, accettando di buon grado la carità popolare che si esprimeva quotidianamente in elemosine e nell’offerta di materiali e di giornate di gratuito lavoro.
   
La nuova chiesa, sotto il medesimo titolo di San Giovanni Battista, reggente la provincia p. Paolo da Mercatello, venne consacrata il 10 giugno 1499 dal vescovo di Savona, monsignor Guglielmo dei Minori. A ricordo di questo avvenimento fu collocata dentro la "pietra sacra" una pergamena (più tardi ritrovata): "Ego frater Gulielmus Ordinis Minorum Epus Savonensis consecravi Ecclesiam, et Altare hoc S. Jo: Baptistae; Reliquias Beatorum Sancti Andreae Apli, Sancti Vincentii, et Sancti Sergii in eo inclusis: singulis Xpi fidelibus in Anniversario Consecrationis ipsam visitantibus dies 40 de vera Indulgentia in forma Ecclesiae consueta concedimus".
 
Dell’aspetto di questo tempio, forse progettato dall’architetto dalmata Luciano Laurana (Zara ca. 1420 - Pesaro 1479) — chiamato "per consiglio" a Pesaro nel 1465 da Alessandro Sforza — resta una qualche documentazione in due rappresentazioni coeve.
 
In una delle trentadue tarsie sopra i postergali degli stalli del coro di Sant’Agostino, e precisamente nella prima a destra, è riprodotta una chiesa a quattro fronti cuspidate, con occhio centrale e porta architravata, una cupola all’incrocio della navata maggiore col transetto, impostata sul quadrato, con tamburo ottagonale adorno di finestre: certamente la chiesa dell’Osservanza, con il campanile e l’attiguo convento, eretta "intra muros" e presso il ponte sul Foglia.
 
Conferma documentataci anche da un dipinto su tavoletta del 1471 di Marco Zoppo (Cento 1433 - Venezia 1478), conservato col n. 543 alla The Walters Art Gallery di Baltimora, dove in alto, a sinistra, è raffigurato sulla roccia un tempio ricco di dettagli, e perciò non frutto della fantasia di pittore, non certo la cattedrale di Ancona ravvisatavi dal nobile Gustavo Frizzoni, poligrafo, cultore della miniatura bolognese, della pittura lombarda e collaboratore alla rivista "Rassegna d’Arte" edita a Milano agli inizi del ‘900, ma proprio la chiesa dell’Osservanza di Pesaro, che si sviluppa a croce greca, con interno forse a tre navate, che mostra dietro, a sinistra, la parte iniziale del convento e un alto campanile arieggiante quello di San Marco, con lunghe arcate cieche, ed una cupola al centro ad impianto quasi circolare, con finestre rettangolari in ogni lato e piano, preludio alle linee nuove e semplici del gusto rinascimentale.
   
Conclusasi nella sua efficacia la signoria degli Sforza con la morte di Giovanni avvenuta nella rocca di Gradara il 27 luglio 1510, papa Giulio II il 20 febbraio 1513 annette Pesaro al Ducato di Urbino e ne investe i Della Rovere che con Francesco Maria I fissano a Pesaro (divenuta città principale dello "stato nuovo") la loro ordinaria residenza.
 
Il 19 gennaio 1521, crescendo nuovi pericoli di guerra che determinavano nuovi transiti di soldatesche mandate ad ingrossare il campo della Lega in Lombardia, il conte Roberto Boschetti di Modena — già accusato di aver in precedenza sospesi e poi lasciati distruggere i lavori di difesa iniziati anteriormente alla occupazione dello Stato da parte di Lorenzo de’ Medici — fa deliberare dal Consiglio di Pesaro, da tempo persuaso di questa necessità, la ripresa di quelle opere "ab ultimo turrione prope portam Salsam (porta Sale, al termine dell’omonima via, oggi via Castelfidardo) usquè àd scarpam inceptam versus porta Pontis (porta Rimini e ponte sul Foglia), cioè in quel tratto non compiuto da Costanzo Sforza, con il sacrificio dell’antico Torrosinum, o baluardo di San Giovanni, del convento e della nuova chiesa degli Osservanti.
 
Soprintendenti ai lavori furono nominati Girolamo Gualtieri, Vincenzo Cocchi ed Antonio Tommasi [ARCHIVIO COMUNALE di PESARO, Consigli dal 1519 al 1536, voi. 58, f. 67]. Francesco Maria I, che aveva concepito l’idea di collegare la nuova cinta muraria a vecchi baluardi, quali Rocca Costanza e la piccola, ma elegante Rocchetta del Porto, recingendo la città che avrebbe assunto un’ampia forma pentagonale, partecipò da esperto conoscitore qual’era di arti fortificatorie in modo decisivo alla realizzazione del progetto.
 

I lavori, tuttavia, si protrassero a lungo nel tempo. L’8 giugno 1527, nel rispetto della volontà di Francesco Maria I desideroso che le opere di difesa fossero ultimate al più presto, su proposta di Pier Gentile da Camerino (che con mastro Andrea di Gerolamo da Pesaro compare come il primo ingegnere militare impegnato nella direzione della fabbrica) vennero reclutati quattrocento uomini per il completamento dei bastioni e il 28 di quello stesso mese vinse l’appalto "per fiorini 60" e "grossi novem per canna" quel tale mastro Andrea che sette anni addietro, l’8 luglio 1521, li aveva iniziati per ordine dei Deputati del Comune.

 

Nel 1528 si cominciò, dunque, a murare da Rocca Costanza verso porta Fanestra. Ma Guidobaldo LI Della Rovere, figlio di Francesco Maria I, succedutogli nella signoria di Pesaro, assai impensierito per l’imminente necessaria demolizione della chiesa e del convento di San Giovanni Battista, che dovevano far posto al progresso della cinta fortificata, dopo essersi consigliato con la più nobile aristocrazia cittadina, il 19 luglio 1535 servendosi a Roma del suo legato, l’oratore Giovanni della Porta, decideva di informare il Pontefice della situazione.

La bolla papale dell’aprile 1536 (nella quale fiducioso il Duca aveva sperato) decretò la sorte definitiva del complesso religioso:

 

ANTONIVS

MISERATIONE DIVINA

TITVLI SANCTORVM QVATOR CORONATORVM

PRESBYTER CARDINALIS

Dilectis in Christo Prioribus et hominibus civitatis Pisauren.

Salutem in Domino...

 
Ex parte vestra Nobis oblata petitio continebat quod cum domus et ecclesia sancti Joannis Baptistae dictae civitatis, Ordinis Fratrum Minorum de Observantia, muris eiusdem civitatis contigua existat, et ex hoc ipsa civitas non modicum debilior reddatur, fadileque invadi et offendi possit, cupitis pro ipsius civitatis munimine, defensione et evictione domum et ecclesiam easdem solo aequare et in congruentiori loco intra eandem civitatem reaedificare: ex quo profecto et divinus cultus augeretur, et civitas ipsa fortiori praesidio communiretur. Quare supplicare fecistis humiliter Nobis su-per his per Sedem Apostolicam de opportuno remedio jure provideri etc.. Nos igitur auctoritate Domini Papae, cuius Poenitentiariae curam gerimus, et de eius speciali mandato, super hoc vivae vocis oraculo Nobis facto, vobis ut dictas domum et Ecclesiam, muris civitatis contiguas demoliri et solo aequare, relicta tamen in eo loco, in quo nunc Ecclesia est parva cappella in memoriam prioris Ecclesiae, et illas ad alium locum congruentiorem inter ipsam civitatem, per vos eligendum, transferre, et inibi de novo cum claustro, dormitorio, refectorio et aliis officinis necessariis construi et aedificari facere libere et licite possitis et valeatis, ipsorum Fratrum, seu illorum Superiorum ad id accedente consensu, indulgemus atque concedimus, non obstantibus constitutionibus et ordinationibus Apostolicis, ac tam provincialibus, quam synodalibus, dictique Ordinis statutis et consuetudinibus, etiam juramento, confirmatione Apostolica, vel quovis firmitate alia ruboratis, ceterisque contrariis quibuscumque. Datum Romae apud sanctum Petrum sub sigillo officii Poenitentiariae V. Kalendas Apriis, Pontificatus Domini Papae Pauli III, anno 11.
[Annales Minorum, XVIII, pp. 63-64, Roma, 1740].
   

L’antica chiesa venne demolita e Guidobaldo II ne propose la riedificazione sull’ampio appezzamento di terreno presso porta Collina (dove sorgeranno in seguito le stalle ducali, e dove oggi sta il teatro Rossini), previo accordo con gli stessi religiosi.

I francescani si opposero subito al progetto del Duca, non volendo allontanarsi troppo dalla loro primitiva residenza, cioè dal Barchetto (o Parchetto) di cui rivendicavano la proprietà — indicato nella pianta di Pesaro di P. Mortier col n. 98, del quale ha lasciato una significativa immagine il pesarese Francesco Mingucci in un acquerello presente nel Cod. Barb. Lat. 4434 presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (vedi pure l’anonimo disegno conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, Archivio d’Urbino, cl. III, f.za XIX, c. 351) —opera, dell’architetto Girolamo Genga, un accogliente giardino con un "Casino" in forma di "ruina", ricco di piante esotiche sapientemente disposte, di vivai di pesci e di animali di specie diverse, che si estendeva tra il cavaliere di Miralfiore e la porta del Ponte (oggi porta Rimini), nell’area retrostante all’ex Ospedale psichiatrico, un tempo proprietà dei religiosi [ms.Oliv. 1230, Notizie dell’Antico Convento di San Gio. Bat.a di Pesaro, e ms. Oliv. 456, lI, ms. 368, S. Giovanni Battista, Chiesa ora de Mm.Rif, Chiese di Pesaro, (cc. 380 v. e 381 r.); vedi anche F. FABBRI, Historia della vita et morte del glorioso S. Terenzio Martire titulare et protettore della città di Pesaro, ms. Oliv. 204, cc. 96 v., 97 e 98 r.], passato poi alla Chiesa nel 1631 con l’estinzione della signoria dei Rovereschi, e demolito nella seconda metà del secolo scorso in seguito a successivi ampliamenti (1839, 1847) di quell’ospedale nella cui area il Parco ducale, ceduto in donazione dal cardinale Albani nel 1839, era stato racchiuso.

Di fronte al netto rifiuto dei frati, Guidobaldo 11 e la Comunità si adoperarono per comporre la controversia e acquistarono il 12 ottobre 1537, per 1430 scudi, da Sebastiano e Tommaso Pianosi, due nobili pesaresi, una vasta area sulla quale si levavano alcuni modesti edifici prospicienti la pubblica via da due lati (le attuali vie Passeri e Mazzini) e su uno spiazzo detto prato di Borgo Nuovo, prossimo al Barchetto dall’altro, come vedesi al n. 40 nella pianta di Pesaro di P. Mortier [F. FABBRI, ms. cit., pp. 711-712].

Ser Giacomo Venanzi, sindaco della Comunità, ne diede subito il possesso al sindaco apostolico dei religiosi, signor Bacchi. Abbattute le case dei Pianosi, la costruzione della nuova chiesa di San Giovanni Battista iniziò pertanto sette anni dopo la demolizione dell’antica, il 9 aprile 1543. I costi vennero così suddivisi: per l’edificio del convento l’onere fu assunto dalla Comunità, per quello della chiesa il Duca divenne garante committente.

 
Giulia Varano, moglie di Guidobaldo II, assistita dal Vescovo, dalla nobile corte e da grande folla di popolo, con pompa solenne pose la "prima pietra" già benedetta nel cavo preparato nel punto dove più tardi sarebbe stato eretto l’altare maggiore, includendovi una moneta d’oro del valore di cinque scudi (secondo quanto si legge nell’iscrizione: ma il testo epigrafico, ad un attento esame dal punto di vista numismatico, risulta tuttavia errato in quanto l’unica moneta coniata nel ducato di Urbino da Guidobaldo II in quegli anni era del valore di quattro scudi d’oro e non cinque [come si rileva dal Corpus Nummorum Italicorum, XIII, Marche, Roma, 1932, p. 520, T. XXVIII, 4]; forse l’errore può trovare una sua spiegazione se si considera che sulle monete di quel tempo non risultava il relativo valore):

D/ (nel giro, dal basso a sinistra): GVIDVS VBAL II. VRBINI DVX IIII

(nel campo): effige del duca rivolto a destra; in nesso BC.

R / (nel giro, dal basso a sinistra): IN . MEM . AETE.. ERIT . IVSTV.

(nel campo); la rovere sradicata entro cornice intrecciata a foggia di scudo sormontato dalla corona ducale.

A imperitura memoria dell’avvenimento venne posta sulla porta che immetterà alla "scoletta" la seguente iscrizione su lapide in marmo chiaro:

NONIS APRILIS MDXLIII

EXC.Mo D.D. GVIDO VBALDO VRBINI DVCE REGNANTE.

EXC.MA D.D. IVLIA VARANA EIVS VXOR.

IN FVNDATIONE ECCLES. S.I0: BAPTISTAE CIVITATIS SVB ALTARI

MAIORI. [PISAVRI.

PRIMVM LAPIDEM POSVIT.

VNA CVM NVMISMATE VALORIS QVINQ. AVREORVM.

IBIDEM PRAESENTIBVS RR.PP.

F. ALEXANDRO È S. LEONE PRO VINCIAE MARCHIAE

ET [MINISTRO.

F. ANTONIO È CAMPO ROTVNDO GVARDIANO.

EIVSDEM AVTEM ECCLESIAE

AEDIFICATIO

PRAEFATI EXCELLENTISS. D. DVCIS EXPENSIS FACTA

[EST.

 

L’obiettivo di tutta la politica di Guidobaldo II Della Rovere fu di eguagliare in forza e splendore i predecessori. Tale velleità si farà tanto più pressante via via che si assottiglierà il peso economico e politico dello Stato.

Nella progressiva sproporzione tra la disinvolta "fastosità" di Guidobaldo II e le sue concrete disponibilità finanziarie sta la chiave per una spiegazione di questa politica delle contraddizioni, le cui radici — d’altro canto — affondano anche nella magnificenza di quella potente corte spagnola che tanto aveva influenzato Napoli e Milano e alla quale ogni Principe si era ben presto assuefatto. La natura estrosa di Guidobaldo II unita al suo istintivo senso di generosa prodigalità che lo portava sovente a certe liberalità fiscali in contrasto con programmi economici già definiti, denunciavano una "magnitudine" del tutto rinascimentale, e la sua corte — una tra le più famose in Italia — continuava la tradizione umanistica iniziata da Federico da Montefeltro.

 

L’obiettivo di tutta la politica di Guidobaldo II Della Rovere fu di eguagliare in forza e splendore i predecessori. Tale velleità si farà tanto più pressante via via che si assottiglierà il peso economico e politico dello Stato.

Nella progressiva sproporzione tra la disinvolta "fastosità" di Guidobaldo II e le sue concrete disponibilità finanziarie sta la chiave per una spiegazione di questa politica delle contraddizioni, le cui radici — d’altro canto — affondano anche nella magnificenza di quella potente corte spagnola che tanto aveva influenzato Napoli e Milano e alla quale ogni Principe si era ben presto assuefatto. La natura estrosa di Guidobaldo II unita al suo istintivo senso di generosa prodigalità che lo portava sovente a certe liberalità fiscali in contrasto con programmi economici già definiti, denunciavano una "magnitudine" del tutto rinascimentale, e la sua corte — una tra le più famose in Italia — continuava la tradizione umanistica iniziata da Federico da Montefeltro.

 
Guidobaldo II pur non essendo il più ricco fra quanti si onoravano di accogliere nelle proprie corti uomini illustri per spiccata cultura o perizia nelle armi, spendeva molto, oltre il lecito consentitogli dal bilancio, cosi da trovarsi costretto ad imporre ai sudditi sempre nuove e insopportabili gabelle. Dice in proposito nella sua "relazione" Matteo Zane, uno dei tre ambasciatori veneti inviati per qualche giorno nel ducato d’Urbino:"...Ma tre anni fa ha inteso la Sublimità Vostra la sollevazione d’Urbino per cagione delle nove ed insopportabili gravezze e imposizioni che erano state messe dal duca morto, il quale non per difendere lo Stato né per occasion bisognosa, ma più tosto per spendere in cose poco necessarie, meteva ogni studio, ogni pensier di trovar nove forme d’imposizione, le quali sono da stimarsi molto in quel paese (Urbino) che in ogni altro, peroché, levato l’agricoltura, non vi resta industria di sorta alcuna" [A. SEGARIZZI, Relazioni degli Ambasciatori veneti al Senato, Il, pp. 159-212, Bari, 1913; nonché L. CELLI, Storia della sollevazione di Urbino contro il Duca Guidobaldo 11 Feltrio Della Rovere dal 1572 al 1574, Torino - Roma, 1892].

La grandezza e le difficoltà economiche di Guidobaldo Il Della Rovere, che lo rendevano dipendente da altri principi, finirono altresì per essere la causa maggiore del lento procedere dei lavori di costruzione della nuova chiesa di San Giovanni Battista, e della disputa sorta tra il Duca e i Minori Osservanti che, spaventati dalle larghe proporzioni del costruendo edificio e dall’ampia misura del tempo impiegato, tentarono —riuscendovi a più riprese — di far sospendere i lavori stessi. Grave errore, certamente, perché tali ritardi impediranno il classico compimento della grande opera architettonica.

   

Il progetto della ricostruzione del San Giovanni Battista era stato affidato da Guidobaldo II a Girolamo Genga (Urbino 1476 - Villa della Valle 1551), architetto, pittore, scenografo, presente in tutti i maggiori centri culturali dell’Italia centrale. Un eclettico, un grande considerato minore perché vissuto all’ombra di artisti sommi come Bramante e Raffaello, o forse perché costretto dall’alternanza degli eventi storici di un Ducato ormai in declino a non poter esprimere tutto il suo talento.

Il Genga per trent’anni e fino alla morte "architetto ducale" attuò inizialmente il suo progetto con la costruzione della grande navata rettangolare unica a croce latina, con tre piccole slanciate cappelle a tricora per lato intervallate da "pilastri" e delimitate da lesene, innestandovi successivamente un ampio presbiterio a pianta ottagona irregolare secondo una composizione di pianta a schema centrale con quella latina che ha qualche rapporto con gli studi per la basilica vaticana del Bramante [oltre ad altre testimonianze, cfr. G. VASAIU, Vite de’più eccellenti pittori, scultori e architettori, pp. 320-321, Firenze, 1568].

La fastosa imponenza dei lavori in linea con la determinata volontà del Principe di erigere un tempio monumentale, dette luogo — come dicemmo — a lunghe dispute all’interno della congregazione per la resistenza di molti frati allo sfarzo eccessivo del progetto in contrasto con la serafica povertà cui si erano votati [F. GONZAGA, De Origine Religionis Franciscanae, ms. Oliv., Convent. XLVI, cit., in C. ORTOLANI, Il mio bel San Giovanni, pp. 16-22, Pesaro, 1930].

   

Mancano comunque notizie sull’andamento dei lavori fino alla morte di Girolamo Genga e nei libri dei conti — solo in parte conservati — non esistono riferimenti specifici al San Giovanni Battista.

Si conserva un solo documento del 27 novembre 1551, ed è una lettera di mittente ignoto indirizzata a Guidobaldo II: "In la fabrica di San Giovanni non si lauora già, sono molti giorni, ne trouo che sia mutato il modello in alchuna parte et auertirò, che anco per lo auenire non si muti niente et darò auiso d’ogni cosa al Genga (Bartolomeo)" [ARCHIVIO di STATO di Firenze, f.za 105, VI, f. 2 v., f. 469 (Gronau, CLXXVI)].

Nel 1558, quindici anni dopo la posa della prima pietra, alla immatura scomparsa di Bartolomeo Genga (Cesena 1518 - Malta 1558) succeduto al padre Girolamo nella direzione dei lavori, il progetto, eseguito in gran parte, aveva rispettato il modello originario imposto da Guidobaldo II.

La costruzione, tuttavia, era ancora priva nel suo interno di molti dettagli e risultava mancante del rivestimento. Tale incompiutezza e da addebitarsi alla lentezza dei lavori di realizzazione per difficoltà finanziarie, che impedì a Bartolomeo Genga di portare a termine l’opera iniziata dal padre.

Alcuni documenti accennano che le rifiniture dell’interno vennero in gran parte eseguite tra la fine del XVI e nel XVII secolo. Nel 1578 furono collocati quattro altari nelle nicchie della navata e poco più tardi, per benefica bontà dei Bobali o Bubali (esuli ragusini, ospiti della facoltosa e nobile famiglia Gozze, pure ragusina, trapiantata con Ser Vido De Gozze circa il 1481 a Pesaro per esercitarvi la mercatura: estinta sulla soglia del XVIII secolo, i marchesi Baldassini ne raccolsero l’eredità), il coro venne dotato di sedili nuovi e uniformi in sostituzione dei vecchi banchi logori e ormai inservibili.

Agli inizi del Seicento, p. Silvestro da Maciano, nominato Guardiano del San Giovanni Battista, avvalendosi dell’opera del carpentiere pesarese Francesco Polinori ornò la cupola e la navata di cornicione in legno e fece sistemare le quattro colonne ai lati dello spazio centrale, e le due doppie colonne libere tra lo stesso spazio e il coro, vicino all’altare maggiore, offerto nel 1633 — lo stesso anno in cui il campanile venne abbassato di un ordine, perché pericolante — alla comunità religiosa dalla munificenza dei Bobali (che si accontentarono della recita di un De profundis ogni notte, dopo il "mattutino").

Due lapidi in marmo nero con cornice in marmo rosso, murate nel coro a destra e a sinistra dell’altare maggiore, ricordano questa famiglia profondamente cristiana:

(lato Epistola)

D.O.M.

ANNAE RESTIAE ANDREAE BOBALII

PATRIT• RAGVSINI VIRI CLARISS

CONIVGI FOEMINAE CVM IN OMNI

VIRTVT• GENERE SPECTATISS TVM

IN MATERNAE CHARITAT OFFICIO

TAM INSIGNI

VT IPSA POTVS PATRIA, QVAM

AMANTISS • FILIO CARERE

VOLVERIT

MARINVS BOBALIVS MATRI CHARISS•

AC DE SE OP. MERITAE.

HOC SVAE PIETAT MATERNAEQVE

VIRTVT MONVM P.C.

OB PISAVRI ANNO SAL• HVM.

CD•D CIIIIVNONMAII

AET SVAE LXX

(lato Vangelo)

D.O.M.

MARINO BOBALIO ANDR FIL PATRIT RAGVS

VIRO CLARISS PIETATE INSIGNITO FIDE

RERVM PERITIA

IN VTRAQ • FORTVNA PRVDENT SINGVLARI

ET AD PROMEREN OMNIVM GRATIAM

PRECIPVE VERO

SER FRANC. MARIAE VRBINI DVCIS OPTIME

INSTITVTO QVI IN ITALIA MVLTOS ANN MAGNA

CVM LAVDE FVIT ATQ PISAVRI QVIETISS VIVENS

ANNAM MATREM AMISIT, IVXTA QVAM

CORPVS SVVM SEPELIRI MANDAVIT:

MATERNE SCIL AEMVLVS PIETAT VT QVAE FILIVM

VIVENS NVNQVAM DESERVIT IPSE MORIENS

NON DESERERET, SED OSSA EANDEM HABERENT

IN TERRA SEDEM IDEMQ • IN CAELO ANIMAE

DOMICILIVM SEMPITERNVM

VRSVLA SORGA RAGVS CONIVGI OPT AC

DILECTISS • AC SPECTATISS MOERENTES P.P.

OB.VIIKAL•DECEMB•ANN•SAL•cI3.I~C V•

VIXIT ANN • XLIX•

[vedi anche ms. Oliv. 382, V - 15, Memorie di Pesaro:

Orazione di Sebastiano Macci in morte di Marino Bobalio, patrizio ragusino.].

Il 29 agosto 1656, solennemente e con grande partecipazione di popolo, la chiesa veniva consacrata da monsignor Carlo Nembrini di Ancona vescovo di Parma, con il beneplacito del vescovo di Pesaro, monsignor Giovanni Francesco Passionei. Tale fausto giorno e ricordato dalla lapide commemorativa in marmo nero collocata nella facciata della cupola in Cornu Evangelis:

D.O.M.

TEMPLVM HOC, QVOD OLIM

VRBINI DVCVM

PIETAS ET MVNIFICENTIA

ANNO MDXLIII A FVNDAMENTIS

EREXERAT ILL.~S ET REV.MVS D.D.

CAROLVS NEMBRINVS

ANCONIT.S PARMEN.SJVM EPVS. ILL.MO ET REV.MO

D.D. IOE FRAN0 PASSIONEO PISAVR’~ ANTISTITE

[ANNVENTE

SOLEMNI RITV DIE XXIX AVG.’ CONSECRAVIT ANO SAL.

[MDCLVI.

A questa data, l’interno della chiesa di San Giovanni Battista aveva assunto quasi completamente la sua fisionomia definitiva. Quanto all’esterno rimasto incompiuto, si ha notizia di una disputa curiosa sorta nel 1696, sotto il regime di p. Pierlodovico da Pesaro, tra i religiosi e il ministro mediceo Matthias, circa il possesso delle pietre in travertino che dovevano servire da ornamento dell’edificio sacro nel suo prospetto come nel suo fianco:

"L’Altezza R.ima del Sig. Card.le Francesco Ma(ria) de Medici, come Erede de beni della S.ma Sig.ra Duchessa Vittoria Figlia del Prencipe Federico Ubaldo, Figlio del Duca Francesco Maria Ultimo d’Urbino, e maritata poi nel Gran Duca di Toscana, e fù madre del prefato Cardinale di Cos(i)mo III, teneva qui (a Pesaro) di residenza un M(inistr)o Principale, come ancora tiene di presente, e nomavasi il Cavalier Mathias, quale di propria autorità senza nepur far parola con Religiosi, mandò una Mattina di buon ora, alcuni Scalpellini, con altri Uomini, e comincio a far segare una di quelle Pietre, che stanno dentro l’Orto appoggiate alla Murallia del Refettorio, che allora stavano fuori, vicino alla porticella della Chiesa. Ciò veduto dal Sagrestano nell’aprir, che facea la Chiesa, corse a portar la nova del fatto al P. Guardiano, che era il P. Lett.re (Lettore) Pietro Lodovico da Pesaro, e sparsa tal nuova per il Convento, accorsero tutti li Frati, ed il Guardiano andò dal Ministro sud.to, per persuaderlo acciò desistesse da tale attentato col rappresentarli, che le Pietre sudettte pervenivano alla Chiesa, ma fù inutile ogni persuasiva, e partito da lui il Guardiano, spedì novo ordine al Fattore suo che stava presente, che seguitassero il Lavoro; ma li Scalpellini vedendo tutti li Frati attorno e che facevano risentimento sopra questo fatto, e che vie più si riscaldavano, e che molti di essi erano corsi alla Fascinara, a provvedessi di Candele, per illuminar loro, e gli assistenti, lasciarono l’impresa, e si allontanarrono per veder il fine di quella scena. Strepitavano li ministri, e gl’incitavano al lavoro, ma senza profitto, intanto il p. Guardiano spedì quattro Religiosi per la Città a ritrovar Bovi, e funi, per tirar le Pietre in Convento, e la gente, che si era radunata a questo fatto ogni volta, che entrava in Convento una Pietra gridavano Viva, e in poco tempo furono assicurate dentro il Chiostro le Pietre. Ricorse allora il Ministro Matthias al Vicario generale di quel tempo, che senza informarsi dalla parte dei Religiosi, e sentire le loro ragioni, spedì per mano di Ballio un precetto al P. Guardiano sottopena di Scomunica di rimettere fuori le Pietre, con chè diede ocasione alli Religiosi, di fare le loro istanze per mezzo del Conservat.re de privileggj, che era il Sig. Proposto Cornoldi, Uomo dotto e beneffetto alla Religione, ed era Terziario Professo, e dichiarò nulla la Scomunica, perlochè furrono fatte dal P.M.R. Lettor Antonio Maria della Pergola, Scritture Legali, si conservano nell’Archivio del Convento, e ne fù si da Religiosi, che da Ministri, dato a parte a S. Al. R.ma Sig.re Cardinale sud.to, e doppo qualche vessazione patita da Religiosi, si arenò il fatto, ne più se ne discorso; solo che dopo pochi mesi sparì il Cavalier Matthias Ministro senza sapersi altro di lui, e le Pietre stanno in Convento le più piccole, e le grandi attorno alla Chiesa, e Clausura..." [ms. Oliv. 456, cit., (cc 380 v. e 381 r.)].

L’atto di consacrazione della chiesa di San Giovanni Battista, avvenuto oltre un secolo dopo l’inizio dei lavori sigillò, per così dire, il completamento dell’opera architettonica, anche se l’esterno nonostante donazioni per l’asservimento della manodopera necessaria (diversamente destinate dai frati) avrebbe necessitato di rifiniture strutturali e decorative.

L’incompiutezza della facciata della nuova chiesa non pregiudica, tuttavia, il valore monumentale della costruzione sacra. Essa si articola quasi disinteressandosi di un’organica correlazione di spazi interni ed esterni, come un intelligente rovesciamento della visione prospettica fuori, unitaria invece all’interno dove ogni modularità si riassume nel grande arco trionfale "rialzato", vero fulcro del tempio.

E l’ambigua caratteristica progettuale del Genga, un’ambiguità dialettica spaziale che conferma l’indifferenza dell’architetto urbinate verso l’unificazione del rapporto interno -esterno dei suoi edifici.

Lo studio delle analisi di proporzione, ossia di equilibrio / unità / espressione, dell’architettura del San Giovanni Battista qualifica la cultura disciplinare del Genga. L’esame della costruzione sacra evidenzia infatti la capacità dell’architetto urbinate di guidare la connessione e la successione degli spazi senza cancellare la loro armonia, trascendendo i concetti del suo tempo.

Nella fronte della facciata del San Giovanni Battista, coronata nell’ordine superiore da un timpano, tipologicamente affine a quello dell’Albertiana chiesa di Santa Maria Novella in Firenze, corrisponde un ordine inferiore riecheggiante nei tre grandi fornici (di cui i due laterali contengono una nicchia) il tempio Malatestiano di Rimini.

La fascia mediana, incompiuta, ha certamente significato di piano di raccordo compenetrante dei due ordini, come indicherebbe lo "sconfinamento" dei tre fornici in questa zona. L’ordine superiore della facciata è illeggiadrito da una trifora con arco a pieno sesto, di sapore veneto, detto "Serliana".

Il fianco della chiesa presenta la stessa labilità di relazione con l’interno, facilmente accertabile tra la scansione della parete del fianco medesimo e la struttura della navata, ma quasi del tutto mancante là dove si articolano le cappelle e le nicchie che si aprono all’interno del tempio.

La caratteristica ambiguità spaziale del Genga si rivela, ma questa volta a favore dell’unificazione del rapporto interno-esterno, nel raccordo concavo tra facciata e

fianco, che da una parte esalta con medita tipologia l’articolazione interna, mentre dall’altra livella i diversi corpi di fabbrica, sottolineando la sostanziale continuità della parete.

L’interno della chiesa, bene evidenzia l’intenzione del Genga, di segnare un preciso contrasto con l’esterno provocando effetti e motivi con penombre concilianti il raccoglimento.

Colpisce la grande navata per la purezza geometrica e l’assenza di sovrastrutture decorative, che il 400 dall’Alberti in poi tendeva ad eliminare, laddove la facciata scandisce l’altra grammatica genghiana che, giocando sull’intreccio delle linee, crea spazi vuoti e pieni in alternativa, e luci e ombre che ne moltiplicano la varietà cromatica nel rispetto della proposizione albertiana "null’altro si veda che il cielo".

Alla longitudinalità della navata, chiusa da una volta a botte, si contrappone lo scatto verticale del transetto dove le linee di fuga convertono nella cupola (all’esterno mascherata da un tetto a Otto falde poggianti sullo sviluppo del tamburo, altrimenti simbolo di sfarzo in contrasto con le regole dell’Ordine), in un gioco di luci che provenendo dall’alto accentuano lo slancio della massa muraria.

Il Genga ha introdotto nella cupola la figura intermedia dell’ottagono, a spicchi irregolari, spezzando il nesso cupola circolare-spazio cubico, e ha adottato tale ricorso anche per le strutture portanti.

Il grande arco, infine, con il suo richiamo modulare, è la chiave interpretativa di una architettura dove ogni unificazione spaziale deve essere intesa percettivamente, non strutturalmente.

La nuova chiesa di San Giovanni Battista, ben inquadrata nel tessuto interno della città, ebbe indiscussa importanza anche sotto il profilo urbanistico.

Pesaro, difesa dalle mura, dal fossato che la circondava, dai baluardi, con la continua presenza dei "cavalieri" in prossimità delle porte munite di ponte levatoio (salvo quella del Porto), i quali avevano cura di "scoprire il nemico da lontano, batterlo per ogni luogo e sempre di fianco, fin sopra il ciglio del fosso, cosa che così agevolmente e così da lontano non fanno i soli baluardi senza i cavalieri", viveva intensamente il suo tempo, e gradualmente andava modificandosi nell’aspetto per l’impulso edilizio dato da Francesco Maria I e ora da Guidobaldo II Della Rovere.

La costruzione della nuova chiesa monumentale di San Giovanni Battista aveva determinato un fermento urbanistico notevole. Elevato nel 1555 dalla famiglia Montani il palazzo poi divenuto Santinelli-Antaldi (ristrutturato nel XVIII secolo), si comincio a fabbricare "alla gagliarda". Là dove era possibile, furono aggiunti nuovi piani alle case più basse, e si ammattonò la via del Borgo che da quel momento venne chiamata di San Giovanni.

Intanto, mentre sul Trebbio — dove conduceva il vecchio Borgo Nuovo — stavano per essere completate le fondamenta delle grandiose stalle ducali, al di sopra di porta Fanestra Pesaro andava assumendo un aspetto del tutto inedito con la costruzione del nuovo palazzo, oggi Baldassini, del marchese Ranieri Del Monte, conte di Mombaroccio (che aveva perduto le sue case in seguito all’ampliamento della piazza maggiore dove pure era stata demolita l’antica sede della Comunità), e lo spostamento dell’Osteria della Posta sull’angolo della via presso la chiesa e il convento di Sant’Agostino.

Sulla "piazzetta", proprio dinanzi allo stesso convento, si completava il palazzo dei Bonamini, dopo l’abbattimento operato nel 1542 di una moltitudine di basse casette, e — come ricorda padre Zacconi [Storia di Pesaro, ms. Oliv. 570] — vennero aperte due botteghe (tolte alcuni anni dopo perché un padre generale ne giudicò la presenza sconveniente, trovandosi prossime al chiostro di San Giovanni, dove i frati venivano sepolti) anche nel muro del convento "rimpetto alle due che sono nel suddetto palazzo, empiendole tutte quattro di superbissime e copiosissime drogherie: e nel passare che facevano le genti mirandole per stupore stringevano le labbra ed inarcavano le ciglia".

Nel 1520 per volontà di un facoltoso mecenate di nome Agostino era stata iniziata la costruzione, in via Sabatini, del convento di Santa Caterina con annessa chiesa, ultimata nel 1525 due anni prima dell’edificazione della chiesa di San Rocco accanto alla quale esisteva una casa, appartenuta a certo Francesco Semprini, dove le monache dell’Ordine dei Serviti curavano una istituzione per la tutela delle zitelle povere, che doveva in seguito originare il monastero della Purificazione in Borgo di ponte sulla via dei Molini, poi ricovero di mendicità, rifatto nel secolo XVIII con la ricostruzione e l’ampliamento della chiesa all’opposta estremità dell’edificio, dov’era prima una casa di Domenico Pasqualini (che venne più tardi compensato della perdita con la donazione da parte del Vescovato di un edificio nel quartiere di Sant’Arcangelo, dopo l’estinzione dei vecchi proprietari, i Petrini di Macerata Feltria).

Mentre con il patrocinio di Vittoria Farnese, sposa in seconde nozze di Guidobaldo II Della Rovere, si stava istituendo il nuovo convento della Purificazione in locali già adibiti a stalle al servizio della stessa duchessa, poi proprietà del capitano Giacomo Paoli, per opera della confraternita della chiesa parrocchiale di San Martino, che le aveva acquistate nell’aprile del 1577, veniva edificata l’elegante chiesa del Nome di Dio, officiata per la prima volta nel giorno di Santo Stefano del 1578, anno in cui si procedette alla demolizione della chiesa di Santa Maria Vecchia (fondata "per comodo della gente marinaresca" intorno al 1360 e officiata sino al 1572), detta anche Santa Maria in Porto in quanto sita in pertinentiis Portus Pisauri, per farla rivivere sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli (nota anche come la "chiesa de’ Monaci") sulla base di un progetto redatto dal pesarese Gerolamo Arduini, cui venne assegnato dai Camaldolesi l’incarico di realizzarlo.

Questo uno scorcio della Pesaro dei primi anni di vita del nuovo San Giovanni Battista. Una Pesaro densa di movimenti innovativi, talvolta frenati dal Principe che intendeva sopprimere abusi e disordini, con i sudditi lanciati a renderla sempre più decorosa. Così come l’aveva pensata e voluta Guidobaldo II che bramava fare del San Giovanni Battista un tempio monumentale, di Pesaro la città più importante del suo ducato.

Guidobaldo II si spense il 28 settembre 1574 e fu sepolto nel Convento del Corpus Domini, come per testamento [D. BONAMINI, Cronaca della Città di Pesaro, ms. Oliv. 966,111, pp. 123-124].

Il suo successore Francesco Maria II, egoisticamente attaccato alla vita solitaria, agli studi filosofici e letterari, e alla caccia, non si occupò fattivamente nella prima fase della sua lunga signoria di iniziative volte all’abbellimento della città, salvo l’interesse del tutto coevo per una nuova villa dipendente dall’Imperiale, che chiamò "Vedetta" [vedi disegno di F. MINGUCCI presente nel Cod. Barb. Lat. 4434 presso la Biblioteca Apostolica Vaticana], della quale affidò l’edificazione sulla sommità del San Bartolo all’architetto pesarese Gerolamo Arduini, che l’aveva ideata [D. BONAMINI, Cronaca, cit. pp. 134 135].

Ma sinceramente ansioso di riportare serenità tra i sudditi, con editto in data 13 ottobre 1574 abolì i dazi imposti dal padre [F. UG0LINI, Storia dei Conti e Duchi d’Urbino, voi. II, Firenze, 1859, pp. 530-531], ridusse drasticamente le spese di corte, iniziando una politica di rigoroso risparmio per sanare il gravissimo debito di 150000 scudi che Guidobaldo II aveva lasciato.

 

Condannato "negli anni, in cui gli affetti sono una gradevole necessità" a un freddo e sterile matrimonio, e dal secondo che poi contrasse perché n’ebbe un erede "vergogna e dolore della sua età cadente", Francesco Maria II che nella maturità aveva atteso al saggio governo dei popoli e della famiglia, amante e premuroso della giustizia e della efficiente amministrazione, dopo la tragica morte del figlio Federico Ubaldo, al quale aveva volontariamente ceduto il governo dello Stato il 14 maggio 1621, avvenuta alle "ore 18" di giovedì 29 giugno 1623 nella sua camera prospiciente il convento di San Domenico [ARCHIVIO DISTRETTUALE NOTARILE DI URBINO, Rogiti Notarili di Placido Vagnarelli, a. 1623, voi. 7, n. 1834], tornato suo malgrado in Urbino per porre riparo ai danni causati dal "piccolo Nerone", ripreso il governo cambiò i ministri e ripristino il "Consiglio degli Otto", già da lui istituito e dal figlio soppresso. Ma vide crollare l’edificio dinanzi ai suoi occhi e "ancor vivo e senza posterità" dovette subire le arroganti pretese della Curia romana e la tutela degli Ecclesiastici "bramosi che con la sua morte fosse levato ogni ostacolo alla piena lor signoria".

Ormai nel Palazzo d’Urbino stava scendendo lentamente il silenzio. Disseccava l’antica "Rovere". Quella Corte un tempo fastosa e frequentata da personaggi illustri era in agonia. C’erano rimasti un vecchio pieno di rancori e amarezza, e una bambina, la nipote Vittoria. E tante memorie e fantasmi.

Il vecchio si spense all’età di 83 anni, il 28 aprile 1631, otto anni dopo la morte del figlio Federico Ubaldo, e con lui si concludeva la lunga signoria dei Della Rovere. Pesaro e tutto il ducato di Urbino passarono tra i beni della Santa Sede dopo lunghe e complicate trattative.

A "eterna memoria" dell’avvenimento venne collocata sull’antica porta Fanestra — denominata ora porta Urbana per imposizione del Magistrato e del popolo in occasione della presa di possesso della città da parte dell’inviato papale monsignor Lorenzo Campeggi, e della conseguente offerta delle chiavi avvenuta il 5 maggio in forma solenne [D. BONAMINI, Cronaca, cit., III, p. 235; vedi anche G.C. TORTORINO, Historia dell’antichissima e fedelissima città di Pesaro, ms. Oliv. 318, c. 33 r.-v., che tuttavia annuncia l’arrivo a Pesaro del Campeggi all’8 maggio] — la seguente iscrizione, distrutta nel 1797 durante la prima occupazione francese:

 

Condannato "negli anni, in cui gli affetti sono una gradevole necessità" a un freddo e sterile matrimonio, e dal secondo che poi contrasse perché n’ebbe un erede "vergogna e dolore della sua età cadente", Francesco Maria II che nella maturità aveva atteso al saggio governo dei popoli e della famiglia, amante e premuroso della giustizia e della efficiente amministrazione, dopo la tragica morte del figlio Federico Ubaldo, al quale aveva volontariamente ceduto il governo dello Stato il 14 maggio 1621, avvenuta alle "ore 18" di giovedì 29 giugno 1623 nella sua camera prospiciente il convento di San Domenico [ARCHIVIO DISTRETTUALE NOTARILE DI URBINO, Rogiti Notarili di Placido Vagnarelli, a. 1623, voi. 7, n. 1834], tornato suo malgrado in Urbino per porre riparo ai danni causati dal "piccolo Nerone", ripreso il governo cambiò i ministri e ripristino il "Consiglio degli Otto", già da lui istituito e dal figlio soppresso. Ma vide crollare l’edificio dinanzi ai suoi occhi e "ancor vivo e senza posterità" dovette subire le arroganti pretese della Curia romana e la tutela degli Ecclesiastici "bramosi che con la sua morte fosse levato ogni ostacolo alla piena lor signoria".

Ormai nel Palazzo d’Urbino stava scendendo lentamente il silenzio. Disseccava l’antica "Rovere". Quella Corte un tempo fastosa e frequentata da personaggi illustri era in agonia. C’erano rimasti un vecchio pieno di rancori e amarezza, e una bambina, la nipote Vittoria. E tante memorie e fantasmi.

Il vecchio si spense all’età di 83 anni, il 28 aprile 1631, otto anni dopo la morte del figlio Federico Ubaldo, e con lui si concludeva la lunga signoria dei Della Rovere. Pesaro e tutto il ducato di Urbino passarono tra i beni della Santa Sede dopo lunghe e complicate trattative.

A "eterna memoria" dell’avvenimento venne collocata sull’antica porta Fanestra — denominata ora porta Urbana per imposizione del Magistrato e del popolo in occasione della presa di possesso della città da parte dell’inviato papale monsignor Lorenzo Campeggi, e della conseguente offerta delle chiavi avvenuta il 5 maggio in forma solenne [D. BONAMINI, Cronaca, cit., III, p. 235; vedi anche G.C. TORTORINO, Historia dell’antichissima e fedelissima città di Pesaro, ms. Oliv. 318, c. 33 r.-v., che tuttavia annuncia l’arrivo a Pesaro del Campeggi all’8 maggio] — la seguente iscrizione, distrutta nel 1797 durante la prima occupazione francese:

 

CIVITATE AD APOSTOLICAM SEDEM

DEVOLVTA VRBANO VIII P.O.M. REGNANTE

AETERNAE FIDELITATIS CARACTERE INSIGNITI

EANDEM INVIOLABILEM PROFITENTES

VRBANAM PORTAM

LAETISSIMA DIE LAETISSIMI PISAVRENSES

D.D.

I grandi parchi, i sontuosi palazzi, le ville che già avevano ospitato il fiore della nobiltà e della cultura, abbandonati e deserti, giacquero sotto le ingiurie del tempo, trasformandosi ben presto in malinconiche rovine che l’informe boscaglia ammantava impietosamente.

Così, con le ultime corse e gli sfrenati lussi e le pazze imprese dell’ultimo figlio della grande famiglia che a Pesaro aveva concesso le sue insegne [Italo ZICÀRI, Guidubaldo II° della Rovere e lo stemma di Pesaro, in Studia Oliveriana, v. I, MCMLIII, pp. 93-101], dopo la devoluzione del Ducato allo Stato Pontificio, si spegneva anche per i religiosi del San Giovanni Battista ogni speranza di sicuro mecenatismo.

La lunga storia che accompagna la vita del monumentale tempio dal XVII secolo ai nostri giorni è costellata di avvenimenti non sempre lieti, sovente strettamente legati alle sorti dell’Ordine (passato legalmente, il 3 settembre 1594, sotto la presidenza di p. Bonaventura da Caltagirone, ministro generale, dall’Osservanza alla Riforma delle Marche) che tra le pareti del chiostro e nel silenzio austero della grande chiesa guidobladesca e genghiana continuava la sua missione.

Il San Giovanni Battista stava divenendo il luogo sacro di preghiera scelto a preferenza dalla cittadinanza pesarese e già oltre un secolo dopo la sua erezione contava il maggior numero di sepolture appartenenti alle più insigni famiglie [C. ORTOLANI, Pesaro, Il mio bel San Giovanni, Pesaro, 1930, p. 80].

Era una chiesa guardata con invidia, frequentata con slancio, forse per effetto dell’osservanza della rigorosa disciplina e dello studio fervente che si erano imposti i francescani, ai quali gli eminentissimi cardinali dell’ex ducato d’Urbino avevano dimostrato tutta la loro simpatia.

Nel 1609 "A di 14 Lug.o in Pes.ro di martedì fu la venuta di Mons. Vescovo F. Bartolomeo Gregorio di San Giorgio dell’Ordine dei Zoccolanti; venne a pigliar il possesso del vescovado di Pesaro; venne in lettica da Urbino, il Lettighiero aveva nome Biasino da Urb.o entrò per porta corina, e se ne andò al convento de Padri Zoccolanti senza cerimonie il d.0 era Vescovo del Duca Frane.0 M.~ secondo, il mercoledì mattina celebrò a S. Giovanni e poi se n’andò senza Cerimonie al duomo..." [B.TONTINI, Memorie di diverse cose in Pesaro, in Memorie di Pesaro, ms. 390, c. 107 r.-v.].

Nel 1633 "nella Chiesa di S. Giovanni dove sono li P.ri Zoccolanti fù mandata da Roma per la festa di San Giovanni, l’indulgenza dei sette altari, conforme a S. Pietro di Roma [B, T0NTINI, ms. cit., e. 144 v.].

Nella "Scoletta", piccolo locale comunicante col coro " benedetta il 28 giugno 1659 dal vescovo di Pesaro, monsignor Giovanni Lucido Palombara, perché servisse da ossario per i resti dei molti tumulati nelle fosse comuni della chiesa — convenivano letterati e giuristi, mossi dalla fama degli studi teologici del convento per le cattedre dei vari docenti francescani, con i quali si organizzavano pubblici dibattiti sempre disciplinati da un religioso nelle vesti di moderatore.

Ovviamente, tanta simpatia e tanta rinomanza attirarono sul San Giovanni Battista anche tanta pubblica carità, particolarmente espressa con reiterate offerte e contributi che permisero alla comunità dei religiosi di provvedere ad opere di restauro, alla costruzione di nuovi locali nella parte conventuale e all’acquisto di oggetti sacri.

Nel 1609, forse per commissione di p. Silvestro da Maciano, nominato guardiano del San Giovanni Battista l’anno precedente, intimo consigliere di Francesco Maria Il, Francesco Polinori costruì il pulpito in tutto noce che "costò 100 scudi", esistente nella chiesa fino alla più recente riforma liturgica (i due amboni che ne costituivano la tribuna sono attualmente sistemati nel presbiterio).

Nel 1628 "del mese di aprile fù fatta la volta della Chiesa di S. Giovanni da M.ro Bernardo Facchinetti, e M.ro Gian Ant.o Mincioni Muratori, la quale la fece fare il Duca Fran.co M.a second.o d’Urb.o [B. T0NTINI, ms. cit., e. 138 v.; nonché D. BONAMINI, Cronaca, cit., III, p. 225].

Nel 1633, "Il Signor Giovanni Mosca ricchissimo Mercadante in Pes.0 a sue spese fece l’Altare maggiore della Chiesa dei PP. Min Osserv. col bel quadro del Guercino e colle belle pietre e marmi di Verona, che secondo il Santini costarono scudi 1000, e secondo il Fedeli (presso me) scudi 6000" [D. BONAMINI, Cronaca, cit., IV, p. 8; nonché B. T0NTINI, ms. cit., e. 145 v.].

"Li 16 settembre 1657 fu portato et collocato in questa chiesa processionalmente da tutte le confraternite Regolari et Clero il Corpo et Reliquie di San Primo martire riconosciuto prima dal ordinario et levato della chiesa Cattedrale, donato a questa religione et convento col favore di mons. Fontanelli Maggior Domo di Papa Inocentio X, et la festa si celebra qui nella sua traslatione il 17 settembre Giorno delle Stimate di San Francesco nel martirologgio il suo martirio li 2 ottobre" [F. FABBRI, ms. cit., p. 98 r.].

Sotto il saggio governo di p. Paolo da Candelara, nel 1699, fu fatta la volta al dormitorio, si "plancì di quadrelli arotati" il pavimento e si stabilirono la Curia provincializia e la "Libraria", così che il convento di San Giovanni Battista con i suoi trentasei religiosi presenti assurse a tale risonanza da essere considerato il più importante dell’intera Provincia.

Nell’anno 1701 venne restaurato il refettorio del quale si rinnovò l’intera pavimentazione, e ventinove anni dopo p. Cherubino da San Remo ordinò la prosecuzione dei lavori di costruzione "in tutto noce" dei nuovi confessionali (lavorati dai Marangoni) e delle sei balaustre (i confessionali e le balaustre vennero poi spostati là dove stavano gli altari, e questi al posto degli altri), e della cupola della chiesa. In quell’occasione "fu lavorato anche un bel baldacchino tutto ornato di frangie che venne poi collocato sopra l’altar maggiore".

Nello stesso anno (1732) fu aggiunta nella torre una piccola campana, la "squilla". Tutto questo si dovette alla generosità dell’abate Giovanni Battista Paolucci benefattore della comunità religiosa, che già nel 1686 aveva donato al San Giovanni un calice d’argento, le carteglorie pure d’argento e ottone dorato, una pianeta in lama d’argento, e un camice con cingolo serico e fiocchi a fili d’oro [ms. Oliv., 456, cit., (c. 380 v.)].

Tra il 1688 e il 1691 il convento di San Giovanni Battista, per merito di p. Antonio Maria da Pergola, fu dotato di una grande infermeria necessaria alla famiglia francescana in continuo progressivo sviluppo.

Nel 1703 (l’anno in cui il 14 gennaio e il 12 febbraio si registrarono a Pesaro due forti scosse sismiche che danneggiarono seriamente la volta a botte della navata e la cupola della chiesa e causarono anche il crollo della copertura del refettorio) vennero iniziati i lavori di costruzione dell’armadio della sagrestia, in massiccio di noce, composto da basamento con sportelli separati da lesene rastremate che sorreggono mensole e volute, e da una parte superiore con piccole colonne tortili sorrette da modiglioni con capitelli compositi, opera di notevole pregio eseguita da valenti artigiani locali e dagli stessi religiosi del San Giovanni (in quel tempo presenti nel convento in numero di sessanta), per il mecenatismo di p. Pietro d’Urbino e p. Paolo da Candelara.

La sagrestia fu poi arricchita di quadri ad olio, tra i quali quello raffigurante "Dio Benedicente", di ignoto, posto sul timpano centrale, e di finissime miniature.

Nel 1711 si ristrutturò dalle fondamenta tutta la clausura di cinta [ms.Oliv. 456, cit., (c. 383 v.)] e dieci anni più tardi venne respinta dai frati di San Giovanni, difesi dal Sindaco Apostolico marchese Raimondo Mosca, la richiesta del Magistrato della Città che pretendeva che "li Frati piancissero la Strada avanti la Chiesa, ed ancora quella dietro la Chiesa, sin dove si estende la Clausura".

Nell’anno 1729, dietro suggerimento del cardinale Annibale Albani in visita al San Giovanni Battista, p. Cherubino da San Remo, guardiano, ordinò la demolizione dei quattro altari esistenti, e lo spostamento in altra parte della chiesa dei rispettivi quadri, onde restituire equilibrio alle linee della navata resa "deforme" da quelle errate collocazioni [ms. Oliv. 456, cit., (cc. 384 v. - 385 r.)].

Sempre nel 1729 venne eretta la nuova Via Crucis, in sostituzione delle "effigie di carta e croci dipinte", con la serie dei quattordici quadri del pittore veneziano Zanetti, che costarono "scudi quattro e baiochi quaranta il pezzo", oltre "altre spese minuti Moneta Romana" [l’elenco completo dei benefattori è contenuto nel ms. Oliv. 456, cit., (c. 385 v.)]. È opportuno ricordare che negli anni Settanta ignoti hanno asportato la VII Stazione della nuova Via Crucis, oggi così ridotta a tredici Rappresentazioni].

Nel 1734 p. Egidio da Pesaro fece ingrandire la "sagrestia ulteriore ove e il Lavamano" e abbellì con le elemosine di zelanti fedeli le decorazioni delle porte ai quattro lati della Cappella Maggiore, sopra le quali fece sistemare i quadri tolti dagli altari minori della navata.

Nel 1756 venne collocata nella torre della chiesa una nuova campana "OPUS BALBI FIAMMENGHI", munita di quattro medaglioni e di differenti decorazioni.

Nel 1761, col consenso di p. Clementi Guignoni, si inaugurò l’attesissimo organo tra l’esultanza dei fedeli.

Il 10 marzo del 1791 la chiesa e il convento di San Giovanni Battista sfuggirono per buona sorte al pericolo di un grosso incendio che distrusse anche l’intera biblioteca [D.BONAMINI, Cronaca, cit., IV, p. 234].

Altri lavori furono portati a termine tra il 1775 e il 1799 (nel 1783 la torre della chiesa si arricchì di un’altra campana "OPUS FREDUM EPULIS") nell’ultima opera architettonica di Girolamo Genga, prova di altissima qualità artistica, che pur incompleta nelle sue strutture esterne, stava divenendo l’edificio più osservato, certo il più bel tempio della città.

Con la sua grande e austera navata bianca, gli altari, i molti importanti dipinti, le ricche suppellettili, il coro, la magnifica sagrestia, la carità cristiana dei sessanta religiosi francescani sempre osservata tra le sacre pareti del chiostro e all’esterno, e la fama di centro di indiscussa intellettualità, la chiesa di San Giovanni Battista celava veramente una pagina di storia, con date e nomi, che collegandosi sovente agli avvenimenti cittadini, completava e integrava quella di Pesaro in cui da oltre due secoli era inserita.

Nel progressivo evolversi degli eventi e nell’accelerarsi delle grandi vicende internazionali, germinava intanto anche per il nostro paese quel movimento mosso da aspirazioni borghesi di conquista di un regime liberale, che concretando volontà di indipendenza e libertà, doveva determinare una nuova fisionomia della nazione.

Si stava frangendo la crosta del vecchio mondo. Attraverso diversità di metodi e di propositi, il moto rivoluzionario scompaginando antiche istituzioni, rinnovava le legislazioni e stabiliva "giusti diritti", togliendo la supremazia al patriziato e l’immunità al clero, condizioni ritenute indispensabili per il conseguimento di una nuova civiltà universale.

Le cause determinanti degli sconvolgimenti dopo il 1789 non erano state religiose o filosofiche, ma politiche ed economiche. La chiesa venne trascinata nella tempesta della Rivoluzione perché ritenuta elemento inscindibile dell’organizzazione dell’antico regime e, in questo contesto, il clero doveva essere una delle prime vittime di quelle idee e delle grandi correnti innovatrici dalle quali scaturì poi il concetto dell’unità nazionale.

Così com’era accaduto in Francia, dopo l’annessione al regno d’Italia delle Marche e dei territori dello Stato Pontificio, un decreto imperiale del.25 aprile 1810 ordinava la soppressione in tutto il suolo italiano delle Compagnie, delle Congregazioni e delle Associazioni ecclesiastiche (ad eccezione dei Capitoli delle Cattedrali) e la confisca dei beni immobili parte dei quali — per disposizioni impartite da un organismo denominato "Monte Napoleone" o "Monte di Milano", con sede nel capoluogo lombardo, creato per l’amministrazione dei beni e delle rendite demaniali e delle conseguenti passività — passarono allodiali a "S.A. il Principe Vice-Re d’Italia Eugenio Napoleone".

Il 16 maggio 1810, a tutta la comunità religiosa della chiesa di San Giovanni Battista di Pesaro, riunita "a suono di campanello" nel refettorio del convento, dal delegato del Demanio Vincenzo Ondedei viene letto il decreto di soppressione dell’Ordine.11 5 giugno, vestiti da secolari, i francescani abbandonano il convento e gli orti annessi, che sono subito locati al pesarese Vincenzo Guidomei e da questi ripartiti in affitto tra diverse famiglie plebee.

Proprio in questo periodo tutto il travertino conservato nell’orto del convento di San Giovanni Battista, che avrebbe dovuto completare l’ornamento esterno del tempio, è asportato per essere utilizzato nella costruzione del "fortezzino" (oggi scomparso) a destra del faro del porto.

Al Congresso di Vienna (settembre 1814 - giugno 1815), che resta dopo le guerre napoleoniche il tentativo più grandioso per regolare con senso di giusto equilibrio l’assestamento territoriale dei paesi europei e gli interessi reciproci, nonostante decisioni e pareri contrastanti, il cardinale Ercole Consalvi, segretario di Stato di papa Pio VII, con l’appoggio del plenipotenziario inglese lord Henry Robert Stewart Castlereagh ottenne la restaurazione dei possedimenti pontifici ad eccezione di Avignone e del Contado Venassino, piccola regione del mezzogiorno della Francia, ceduto al pontefice Gregorio X da Filippo III l’Ardito.

Di conseguenza, Pesaro "con tutti li paesi e contadi" ritorna sotto il dominio della Santa Sede e i religiosi dei San Giovanni Battista hanno nuovamente libero accesso alla loro chiesa, al convento e agli orti il primo di novembre del 1814. Vestiti da sacerdoti, riattano il convento molto danneggiato dalle genti che l’avevano avuto in locazione per quasi un lustro, ricostruiscono le camerette, riparano i danni maggiori, e il 22 gennaio 1815 rivestono l’antico serafico saio.

Una Relazione manoscritta del 1837 dell’Archivio della Riformata Provincia delle Marche così lo descrive:"(Esso) presenta nel suo ingresso un chiostro maestoso: gli archi in retto ordine disposti sono molto elevati: le lunette furono dipinte dal Palmieri, o Palmerini, pittore di molto credito, ma oggi li suddetti dipinti sono molto rovinati. È questo convento uno dei più grandi che abbia la nostra Riformata Provincia della Marca, ampliato anche più del 1688 coll’aggiunta di un nuovo dormitorio fatto per la cura del Provinciale e per l’Infermeria...".

Nel 1838, per la zelante premura di p. Bernardino da Chiaravalle, si dà mano ai lavori di ricostruzione del coro su disegno dell’ingegnere Pompeo Mancini e la direzione dell’architetto Alessandro Bacchiani.

Tolta la "cona" dall’altare maggiore, viene collocato al centro della nuova "alzata" lignea del coro, imitante l’ordine della navata, il dipinto ad olio su tela raffigurante la Vergine che tiene fra le braccia il Bambino al quale Santa Lucia porge su un vassoio i suoi occhi, con San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e San Francesco rappresentati nella parte inferiore del quadro — copia fedele di un’opera del Guercino eseguita da p. Anastasio da Rimini — asportato dalle truppe francesi nel 1797 durante l’occupazione di Pesaro insieme ad altre importanti tele.

In legno di noce intagliato, il nuovo coro si compone di 24 scanni nell’ordine superiore, e di 24 in quello inferiore.

La struttura soprastante i sedili divisi da braccioli a volute è ripartita in specchi separati da lesene con mensole. Al centro del coro resta il seicentesco badalone con base a forma di piccolo armadio a lati incorniciati a specchi e un vano chiuso da due ante.

Vi si innestano tre leggii girevoli per il salterio. I lavori durano circa dieci mesi e l’opera costa 778 scudi. Una lapide con cornice in marmo rosso di Verona, posta sopra la porta che immette al corridoio della sagrestia, così ricorda l’avvenimento:

SUBSELLARIUM

QUOD. LOCI. ANGUSTIIS. ET. FORNICIS. HUMILITATE

ERAT. PSALLENTIBUS. PERINCOMMODUM

OPERIBUS. AMPLIATIS. CULTUQUE. ADDITO

IN. SPLENDIDIOREM. FORMAM. RESTITUTUM. EST

PIENTISSIMORUM. CIVIUM. MUNIFICENTIA

GRATUITA. ITEM. OPERA. ET. CONSILIO

V. C. POMPEII. MANCINI. EQUIT. ARCHIT. INSIGNI. STUDIO. ATQUE. INSTANTIA

FF. AEGIDII. ET. BERNARD1NI. CLARAVALLENSIUM

QUORUM. ALTER. GEREBAT. ANTISTITEM. ORDJS PER. PROV.

ALTER. PRAEF. COENOB.

TANTAE. BENEFICENTIAE. MEMORIAM

FAMILIA. UNIVERSA

POSTERITATI. TRADENDAM. CENSUIT

LIBENS. MERITO

KALEND.IANUARIIS AN. M.DCCC XXX VIII I.

In quest’epoca, il pittore-scenografo faentino Romolo Liverani, ancora nel pieno vigore artistico, giunge a Pesaro, vi si muove a intervalli, ne ritrae serene e pacate vedute (conservate con gran parte della sua produzione presso la Biblioteca Comunale Piancastelli di Forlì). Tra queste, le immagini del San Giovanni Battista — raccolte nel vol. IX della collezione — ritratto in tempi diversi, accompagnate da didascalie autografe, le quali oltre a un certo interesse artistico costituiscono soprattutto documenti preziosi per ricostruire la storia della Pesaro di quel tempo.

Nel 1854, alla sacra memoria e alle ceneri dell’illustre concittadino Giulio Perticari (1779-1822), benemerito delle "italiche lettere", per volontà dei fratelli Giuseppe e Gordiano, all’interno della chiesa di San Giovanni Battista viene eretto sopra uno zoccolo di marmo grigio piombo tra le colonne che sorreggono la volta, a sinistra del presbiterio, presso l’Altare delle Stimmate di San Francesco", a ridosso dell’antica porta che attraverso uno stretto vano conduceva al campanile, il monumento funebre marmoreo a forma di tempietto corinzio con colonne ai fianchi, sormontato da timpano in marmo bianco di Carrara, opera dello scultore modenese Luigi Mainoni, con una nicchia dove è collocato il semibusto di Giulio.

Nel fregio allegorico tra i piedistalli delle due colonne ornati dello stemma gentilizio dei Perticari, è rappresentata (a destra di chi la guarda) l’Italia che incorona d’alloro, alla presenza di Dante, il Perticari (al centro) avvolto in ricco mantello, con la mano destra appoggiata sul volume delle sue opere posto sopra un vicino tavolino, e con la sinistra additante i "licenziosi", coloro cioè che erano per l’abbandono di ogni modello di lingua arcaica, e i "superstiziosi", ossia quelli che si rifacevano agli autori del Trecento. Sul basamento in marmo bianco venato di grigio, tra due faci riverse, sta scritto a lettere bronzee dorate:

A GIULIO PERTICARI

ONORE E LUME

DELL’ITALICO IDIOMA

I FRATELLI

GIUSEPPE E GORDIANO

L’Europa, intanto, era giunta ad un tragico nodo della sua storia. La fine dell’epoca napoleonica sembrava essersi conclusa con una soluzione conservatrice, e gli aristocratici con il clero meno progressista erano decisi a cancellare subito ogni traccia della civiltà nata dalla Rivoluzione. Gli avvenimenti del 1848 — tempo in cui fu data ragionevole speranza che avessero a cessare la presenza e il dominio straniero sul suolo italiano — avevano tuttavia aperto tra i ceti borghesi parigini un varco nel quale stava inserendosi il quarto stato non ispirato ancora a idee socialiste, ma piuttosto auspicante l’indipendenza del lavoro. Quei moti si erano rapidamente propagati anche in Italia dove però, per la mancanza di una vera coscienza politica tra le masse popolari tuttora quasi estranee alla lotta per l’unità, e l’atteggiamento di Carlo Alberto, convinto di poter trionfare militarmente con le sole forze piemontesi sugli Austriaci (considerati dai Principi italiani protettori più che nemici), fallirono. La situazione politico-militare nella penisola andava così precipitando a vantaggio soprattutto delle aspirazioni liberali che, sia pure in mezzo ad infinite difficoltà, stavano diffondendosi tra il popolo colto, ma anche tra i meno abbienti. La rivoluzione francese che aveva dato l’illusione che libertà ed eguaglianza potevano procedere a braccetto, ora si smentiva.

Carlo Alberto, promulgatore di una costituzione liberale, che aveva guidato il movimento per l’indipendenza e l’unità d’Italia covando odio profondo contro l’Austria, sempre incerto sulla via da seguire minacciato com’era da una parte dal pugnale dei Carbonari, e dal cioccolato dei Gesuiti dall’altra, nel 1845 faceva sapere attraverso Massimo D’Azeglio ai liberali di tutte le province d’Italia che al momento opportuno essi avrebbero potuto contare su di lui, e l’anno appresso rispondeva al conte De le Tour: "Se noi perderemo l’Austria troveremo l’Italia, ed allora l’Italia farà da se".

Sconfitto, di fronte a inaccettabili esigenze di Radetzky, Carlo Alberto abdicava la sera del 23 marzo 1849 in favore del duca di Savoia Vittorio Emanuele Il suo figlio, che, energico e risoluto, faceva sua la causa dell’indipendenza e della libertà italiana e si legava nel 1852 a Cavour: il quale, accorto e prudente, mentre trasformava il Piemonte in uno stato moderato, perseguendo una politica rigorosamente antiaustriaca riusciva ad ottenere l’alleanza di Napoleone III saldamente installato al potere, e preparava in tal modo la nascita del nuovo regno d’Italia.

Con i positivi risultati plebiscitari della Toscana e dell’Emilia, e l’accoglienza trionfale riservata dai torinesi e dal parlamento Subalpino nel maggio 1860 ai nuovi deputati, stavano giungendo anche a Pesaro notizie più o meno manipolate dal governo Pontificio sui successi riportati da Garibaldi in Sicilia e nel Napoletano.

Cavour, giocando vittoriosamente le sue carte là dove le aveva giocate il papa e agitando il pericolo che il moto nazionale italiano sfociasse in una rivoluzione repubblicana, ottenuto con abilità l’assenso delle grandi potenze all’occupazione delle Marche e dell’Umbria, ordinava al generale Enrico Cialdini di marciare su Pesaro-Ancona e al generale Manfredo Fanti di entrare in Umbria, con lo scopo di impedire all’esercito Pontificio di portare aiuti ai contingenti impegnati nelle Marche.

Il Deputato Apostolico Tancredi Bellà l'11 settembre 1860 tentava una inutile difesa di Pesaro e con il tenente colonnello conte Giovanni Battista Zappi, comandante del presidio della città, e i suoi "ridicoli barbacani" si rinchiudeva poi all’interno di Rocca Costanza trascinandovi come ostaggi numerosi cittadini. L’assedio durava sino alle ore 9 del giorno successivo, quando il forte si arrese.

Dopo la vittoria di Castelfidardo, con il regio laconico titolo di "Commissario Generale Straordinario per le provincie delle Marche", Cavour inviava a Senigallia Lorenzo Valerio, un torinese cinquantunenne "provato amico della libertà", nato da famiglia popolana, il quale da manovale s’era trasformato in "manager" con la forza di un ingegno fecondo che lo rendeva sicuro nelle decisioni e che lo aveva portato alla carica di Governatore della provincia di Como.

Valerio, che aveva il senso sacrale dello Stato, con decreto n. 2 del 22 settembre 1860 stabiliva senza mezzi termini la sua suprema autorità nelle Marche, licenziava le Giunte di Governo e istituiva in ogni provincia un Governatore da lui eletto, col nome di Commissario Provinciale (affiancato da un Consiglia di Commissariato composto di tre consiglieri) dal quale dipendeva il vice-Commissario dislocato nelle città principali.

Introduceva subito l’exequatur, prendeva sotto personale tutela le opere pie, decideva la costruzione dei primi cimiteri regionali proibendo la sepoltura nelle chiese, aboliva le decime e "in virtù dei poteri conferitigli coi Reali Decreti 12 settembre e 24 dicembre 1860: Visto il Decreto del Governo Italico 7 maggio sulla soppressione delle Corporazioni Religiose nelle Provincie delle Marche... Presi gli opportuni concerti col governo di S.M. il Re Vittorio Emanuele II..." decretava la soppressione di tutte le Corporazioni e gli stabilimenti di qualsiasi genere degli Ordini Monastici e delle Corporazioni regolari o secolari esistenti nella Provincia da lui amministrata, fatta eccezione per le "Suore di Carità, di San Vincenzo, i Missionari detti Lazzaristi, i Padri scolopi, i FatebeneFratelli e i Camaldolesi del Monte Catria, territorio di S. Abbondio, in memoria del soggiorno che vi fece Dante Alighieri, in compenso del culto che vi fu sempre conservato a quel sommo, e perché mantengano in quei luoghi selvaggi le abitudini dei pii uffizi, dello studio, e dell’ospitalità che li fanno desiderati in quel paese...".

Nella Relazione del sindaco di Pesaro, cav. Domenico Guerrini, "su vani ed importanti oggetti e acquisto di sette Conventi" [Archivio Comunale Di Pesaro, cat. 7-7-1, Culto, Verbale N° 2, Sessione ordinaria di Primavera del giorno 27 giugno 1862, 2a Tornata] "Il Sindaco riferisce al Consiglio il risultato della sua missione a Torino" e "...richiama l’attenzione del Consiglio alla probabilità che sia stanziata in Pesaro un secondo Deposito. In questo caso... al Municipio spetterebbe di fornire i locali oltre a quelli che occupano la guernigione e gli altri che occorron sempre per le truppe di passaggio in questa città. I sette Conventi non basterebbero al bisogno... Propone quindi che il Consiglio risolva di acquistare anche il Convento di San Giovanni i cui Religiosi si trasferiscono a S. Francesco di Paola... Si pone quindi a voti il partito, che segue. Chi intende che al Sindaco sian date le opportune facoltà di trattare l’acquisto di tutto il Convento di S. Giovanni, riservando al Consiglio di approvare definitivamente i patti, e condizioni del contratto, si alzi in piedi. Si levano tutti, per cui passò a pieni voti".

I frati di San Giovanni Battista sono cosi costretti ancora una volta a sloggiare dall’antico convento (per rifugiarsi in quello dei "Minimi" di San Francesco di Paola già evacuato) nel quale resta per qualche tempo il custode, poi allontanato e alloggiato a spese del Municipio di Pesaro per un nolo mensile di lire quindici in alcune stanzette di una casa di fronte alla porta laterale del tempio.

Il 31 dicembre 1867, "l’Amministrazione del Fondo per il Culto, rappresentata dal Ricevitore Favero, e autorizzata dalla direzione Compartimentale di Ancona con nota 27 novembre p.p., N. 11926 - 11819/57 Sezione Culto", alla presenza del pubblico notaio Alessandro Perotti, "cede e consegna al Municipio di Pesaro e per esso al suo Sindaco Nobil Uomo Sig. Marchese Alessandro Gallucci l’ex convento dei PP.MM. Riformati..., già ridotto per cura dello stesso Municipio ad uso di Quartiere Militare per le Truppe di Sussidio", assumendosi formalmente tutti gli obblighi imposti dalla legge 7 luglio 1866 "e specialmente quello di pagare e rimborsare le spese occorse per detto fabbricato... di mantenerlo in buono stato e di concederne semplice e gratuitamente la occupazione alle truppe di sussidio".

E poiché la chiesa di San Giovanni Battista è aperta al culto, la Giunta Municipale si arroga il diritto di destinarvi un religioso vestito da prete secolare.

Muore il secolo XIX lasciando una triste eredità di ingrate memorie per i membri della religiosa famiglia del San Giovanni Battista.

Il grande tempio non ha perduto tuttavia il suo antico splendore.

I francescani sono riusciti a custodirlo con dedizione nonostante il turbine di due soppressioni e gli eventi che lo hanno profanato. Essi sono rimasti al loro posto quando avrebbero potuto provvedersi di un nuovo convento, uniti nella comune volontà di non tradire gli antichi fratelli che in quel luogo sacro e in quel chiostro erano serenamente vissuti lasciandoli eredi dei frutti del loro intenso lavoro.

Il nuovo secolo porta ancora sconquassi nella Minoritica comunità francescana.

Durante il lungo periodo della prima guerra mondiale, il tempio di San Giovanni Battista e il suo convento sono ridotti a quartiere militare per le truppe di stanza a Pesaro.

La chiesa, sconsacrata, è ridotta a stalla. Anche Benito Mussolini, caporale, vi è ospite e per ripararsi dall’umidità della notte riposa sulla mensa dell’altare di San Francesco.

Altari, sepolture, tutto è manomesso. Pure l’organo e sfasciato. Si rispetta soltanto il coro dove vengono celebrati i riti sacri. E i religiosi, preoccupati, cercano di trasformare in magazzini chiusi per la conservazione delle suppellettili della chiesa anche una piccola parte della costruzione rimasta libera al culto.

Il terremoto del 15 agosto 1916, giorno dell’Assunta, rovina la cupola del tempio determinandone un ulteriore aggravamento delle già precarie condizioni.

Finalmente, il 4 novembre 1918, sgombrato il San Giovanni Battista dalle truppe in conseguenza dell’armistizio, il p. custode Natale Radicioni da Castelferretti inizia le pratiche per le gravose riparazioni e per ottenere la ricostruzione dell’organo.

Il Municipio di Pesaro, che ha subito concesso l’uso della retrosagrestia ai religiosi, ordina l’inizio dei lavori di restauro della chiesa nell’ultima settimana di aprile del 1926, e li completa la vigilia di Natale di quello stesso anno, con il totale rifacimento della pavimentazione e la tinteggiatura della grande navata.

Il 17 aprile 1929, per ordine del Fondo per il Culto si procede alla revisione dell’ultimo inventano del 31 dicembre 1867 di tutti gli oggetti della chiesa, e il 5 settembre si porta a compimento la nuova orchestra e si collocano le nuove bussole — costruite rispettivamente a spese della comunità religiosa e del municipio —alla porta laterale e a quella principale del tempio.

Il 28 novembre dello stesso anno con l’intervento di Maestri del R. Conservatorio G. Rossini, del clero, e la partecipazione di gran numero di fedeli viene inaugurato con un concerto vocale - strumentale a carattere di vero avvenimento artistico, il piccolo organo di scuola veneta ( seconda metà del sec. XVIII), opera di Francesco Polinori, restaurato da Gaetano Baldelli "fabbricante di organi - armonium" in Pesaro.

Negli anni dal 1938 al 1940 il ventunenne pittore fanese Enzo Bonetti, soldato di leva in forza al Distretto Militare dislocato nei locali del convento di San Giovanni Battista, affresca a tempera con mezzi di fortuna venti delle ventidue lunette del chiostro, illustrando episodi dell’attività dei tre corpi nell’ambito delle forze armate italiane durante il conflitto etiopico (1935-1936), e le pareti alte delle due restanti ali del chiostro e quelle dei corridoi della zona del convento non in concessione ai religiosi con altre scene raffiguranti battaglie dell’antica Roma, ricevendo anche le congratulazioni di S.A. il Principe Ereditario Umberto LI di Savoia presente a Pesaro nella seconda quindicina di agosto del 1939.

In questo stesso periodo il Bonetti realizza — usando cemento e creta — la bella statua del Fante nell’atto di lanciare una bomba a mano, che viene collocata dai religiosi nella zona centrale del chiostro. La statua andrà distrutta durante l’occupazione alleata.

Le cronache della chiesa di San Giovanni Battista non rilevano fatti di particolare interesse fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando nuovamente si avvicendano nel tempio truppe e carriaggi militari che mettono a soqquadro per tanto tempo l’intero edificio.

Un bombardamento aereo del 1944 manda in frantumi la vetrata del finestrone che si apre sopra la parte centrale del coro, raffigurante l’Agnello di San Giovanni, e la mezzaluna sopra la "Cappella del Crocifisso", raffigurante i simboli della Passione di Gesù. Con il ritorno alla pace e a giorni migliori, i religiosi del San Giovanni Battista, diminuiti di numero e pur tra le ristrettezze economiche di un’epoca ormai avara di mecenati, e non certo sempre soddisfacentemente aiutati — spesso per "mancanza di fondi" — dall’Amministrazione comunale (in forza degli impegni sotto-scritti nel 1867), iniziano pazientemente la ricostruzione delle zone devastate del convento e ottengono nel 1951, per i buoni uffici del p. guardiano Enrico Paoletti da Fabriano, il rifacimento gratuito dell’intera pavimentazione della chiesa grazie all’interessamento del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Ancona e all’opera degli stessi religiosi.

Il pavimento è realizzato con piastre in cotto intervallate da strisce marmoree ricalcanti il perimetro delle cappelle laterali della navata e isolanti lo spazio centrale del quale evidenziano la forma ottagonale.

Genio Civile e Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Ancona si alternano dal 1972 in attenti sopralluoghi per rilevare i lavori di restauro di maggior urgenza da realizzare all’esterno e all’interno del tempio francescano.

Dopo lunghe, laboriose, e spesso aspre trattative condotte dai Religiosi per ottenere la concessione d’uso di una parte del convento non più adibito a Distretto Militare, ma utilizzato come Magazzino Militare dipendente quale sezione staccata da Forlì, l’8 novembre 1975 il ministro della Difesa on. Arnaldo Forlani — al quale la comunità di San Giovanni Battista in occasione di una sua visita aveva chiesto un sostanziale e decisivo intervento presso le competenti sedi di Roma —così telegrafava a p. Armando Pierucci superiore del convento: "Riferimento sue precedenti richieste sono lieto comunicarle che da questo Ministero sunt state impartite disposizioni per retrocessione immobile ex Distretto Militare at Comune Pesaro entro corrente mese. Concessione uso chiostro detto immobile at codesto convento dovrà essere concordata da Signoria Vostra con Sindaco che habet già dichiarato favorevole predisposizione Amministrazione Comunale...".

Il verbale di consegna firmato dalle parti in data 25 novembre 1975, trasmesso dall’Ufficio Tecnico Erariale con lettera n. 10199/4033 del 29 novembre 1975, registrata al Protocollo del Comune di Pesaro con n. 28658 del 1 dicembre 1975, permise dunque ai religiosi di San Giovanni Battista l’uso precario e temporaneo dei locali di quel tratto del convento intorno al chiostro dal quale per tanti anni erano stati esiliati.

In occasione del V centenario della nascita di Girolamo Genga, l’interno del tempio viene completamente tinteggiato a nuovo. Si dà anche alle stampe un numero unico, "Il S. Giovanni". Significativo in tale circostanza il discorso di apertura delle celebrazioni tenuto dal prof. Antonio Brancati, direttore della Biblioteca e dei Musei Oliveriani, oltre che docente di larga fama, (vedi Il S. Giovanni, Numero Unico a cura dei Frati Minori e dei Terziari Francescani di S. Giovanni Battista, s.d. (1976); in cop.: facciata della chiesa di S. Giovanni, dis. di Giancarlo Scorza).

Nello stesso anno, il 24 gennaio, "vengono semplificati alcuni altari nelle varie cappelle...".

In quella dedicata a Santa Caterina da Bologna "viene tolta la grande cornice e il quadro deteriorato.., e viene sistemata la statua che raffigura San Giovanni Battista che battezza Gesù. Sono anche tolti dalle pareti lapidi funerarie di antica memoria...".

Nel 1981 si iniziano grossi lavori di ristrutturazione e restauro nella zona di clausura al primo piano del convento per decisione del Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona, poi interrotti verso la fine di novembre per mancanza di fondi.

L’Europa, intanto, era giunta ad un tragico nodo della sua storia. La fine dell’epoca napoleonica sembrava essersi conclusa con una soluzione conservatrice, e gli aristocratici con il clero meno progressista erano decisi a cancellare subito ogni traccia della civiltà nata dalla Rivoluzione.

Gli avvenimenti del 1848 — tempo in cui fu data ragionevole speranza che avessero a cessare la presenza e il dominio straniero sul suolo italiano — avevano tuttavia aperto tra i ceti borghesi parigini un varco nel quale stava inserendosi il quarto stato non ispirato ancora a idee socialiste, ma piuttosto auspicante l’indipendenza del lavoro.

Quei moti si erano rapidamente propagati anche in Italia dove però, per la mancanza di una vera coscienza politica tra le masse popolari tuttora quasi estranee alla lotta per l’unità, e l’atteggiamento di Carlo Alberto, convinto di poter trionfare militarmente con le sole forze piemontesi sugli Austriaci (considerati dai Principi italiani protettori più che nemici), fallirono.

La situazione politico-militare nella penisola andava così precipitando a vantaggio soprattutto delle aspirazioni liberali che, sia pure in mezzo ad infinite difficoltà, stavano diffondendosi tra il popolo colto, ma anche tra i meno abbienti. La rivoluzione francese che aveva dato l’illusione che libertà ed eguaglianza potevano procedere a braccetto, ora si smentiva.

Carlo Alberto, promulgatore di una costituzione liberale, che aveva guidato il movimento per l’indipendenza e l’unità d’Italia covando odio profondo contro l’Austria, sempre incerto sulla via da seguire minacciato com’era da una parte dal pugnale dei Carbonari, e dal cioccolato dei Gesuiti dall’altra, nel 1845 faceva sapere attraverso Massimo D’Azeglio ai liberali di tutte le province d’Italia che al momento opportuno essi avrebbero potuto contare su di lui, e l’anno appresso rispondeva al conte De le Tour: "Se noi perderemo l’Austria troveremo l’Italia, ed allora l’Italia farà da se".

Sconfitto, di fronte a inaccettabili esigenze di Radetzky, Carlo Alberto abdicava la sera del 23 marzo 1849 in favore del duca di Savoia Vittorio Emanuele Il suo figlio, che, energico e risoluto, faceva sua la causa dell’indipendenza e della libertà italiana e si legava nel 1852 a Cavour: il quale, accorto e prudente, mentre trasformava il Piemonte in uno stato moderato, perseguendo una politica rigorosamente antiaustriaca riusciva ad ottenere l’alleanza di Napoleone III saldamente installato al potere, e preparava in tal modo la nascita del nuovo regno d’Italia.

Con i positivi risultati plebiscitari della Toscana e dell’Emilia, e l’accoglienza trionfale riservata dai torinesi e dal parlamento Subalpino nel maggio 1860 ai nuovi deputati, stavano giungendo anche a Pesaro notizie più o meno manipolate dal governo Pontificio sui successi riportati da Garibaldi in Sicilia e nel Napoletano.

Cavour, giocando vittoriosamente le sue carte là dove le aveva giocate il papa e agitando il pericolo che il moto nazionale italiano sfociasse in una rivoluzione repubblicana, ottenuto con abilità l’assenso delle grandi potenze all’occupazione delle Marche e dell’Umbria, ordinava al generale Enrico Cialdini di marciare su Pesaro-Ancona e al generale Manfredo Fanti di entrare in Umbria, con lo scopo di impedire all’esercito Pontificio di portare aiuti ai contingenti impegnati nelle Marche.

Il Deputato Apostolico Tancredi Bellà l'11 settembre 1860 tentava una inutile difesa di Pesaro e con il tenente colonnello conte Giovanni Battista Zappi, comandante del presidio della città, e i suoi "ridicoli barbacani" si rinchiudeva poi all’interno di Rocca Costanza trascinandovi come ostaggi numerosi cittadini. L’assedio durava sino alle ore 9 del giorno successivo, quando il forte si arrese.

Dopo la vittoria di Castelfidardo, con il regio laconico titolo di "Commissario Generale Straordinario per le provincie delle Marche", Cavour inviava a Senigallia Lorenzo Valerio, un torinese cinquantunenne "provato amico della libertà", nato da famiglia popolana, il quale da manovale s’era trasformato in "manager" con la forza di un ingegno fecondo che lo rendeva sicuro nelle decisioni e che lo aveva portato alla carica di Governatore della provincia di Como.

Valerio, che aveva il senso sacrale dello Stato, con decreto n. 2 del 22 settembre 1860 stabiliva senza mezzi termini la sua suprema autorità nelle Marche, licenziava le Giunte di Governo e istituiva in ogni provincia un Governatore da lui eletto, col nome di Commissario Provinciale (affiancato da un Consiglia di Commissariato composto di tre consiglieri) dal quale dipendeva il vice-Commissario dislocato nelle città principali.

Introduceva subito l’exequatur, prendeva sotto personale tutela le opere pie, decideva la costruzione dei primi cimiteri regionali proibendo la sepoltura nelle chiese, aboliva le decime e "in virtù dei poteri conferitigli coi Reali Decreti 12 settembre e 24 dicembre 1860: Visto il Decreto del Governo Italico 7 maggio sulla soppressione delle Corporazioni Religiose nelle Provincie delle Marche... Presi gli opportuni concerti col governo di S.M. il Re Vittorio Emanuele II..." decretava la soppressione di tutte le Corporazioni e gli stabilimenti di qualsiasi genere degli Ordini Monastici e delle Corporazioni regolari o secolari esistenti nella Provincia da lui amministrata, fatta eccezione per le "Suore di Carità, di San Vincenzo, i Missionari detti Lazzaristi, i Padri scolopi, i FatebeneFratelli e i Camaldolesi del Monte Catria, territorio di S. Abbondio, in memoria del soggiorno che vi fece Dante Alighieri, in compenso del culto che vi fu sempre conservato a quel sommo, e perché mantengano in quei luoghi selvaggi le abitudini dei pii uffizi, dello studio, e dell’ospitalità che li fanno desiderati in quel paese...".

Nella Relazione del sindaco di Pesaro, cav. Domenico Guerrini, "su vani ed importanti oggetti e acquisto di sette Conventi" [Archivio Comunale Di Pesaro, cat. 7-7-1, Culto, Verbale N° 2, Sessione ordinaria di Primavera del giorno 27 giugno 1862, 2a Tornata] "Il Sindaco riferisce al Consiglio il risultato della sua missione a Torino" e "...richiama l’attenzione del Consiglio alla probabilità che sia stanziata in Pesaro un secondo Deposito. In questo caso... al Municipio spetterebbe di fornire i locali oltre a quelli che occupano la guernigione e gli altri che occorron sempre per le truppe di passaggio in questa città. I sette Conventi non basterebbero al bisogno... Propone quindi che il Consiglio risolva di acquistare anche il Convento di San Giovanni i cui Religiosi si trasferiscono a S. Francesco di Paola... Si pone quindi a voti il partito, che segue. Chi intende che al Sindaco sian date le opportune facoltà di trattare l’acquisto di tutto il Convento di S. Giovanni, riservando al Consiglio di approvare definitivamente i patti, e condizioni del contratto, si alzi in piedi. Si levano tutti, per cui passò a pieni voti".

I frati di San Giovanni Battista sono cosi costretti ancora una volta a sloggiare dall’antico convento (per rifugiarsi in quello dei "Minimi" di San Francesco di Paola già evacuato) nel quale resta per qualche tempo il custode, poi allontanato e alloggiato a spese del Municipio di Pesaro per un nolo mensile di lire quindici in alcune stanzette di una casa di fronte alla porta laterale del tempio.

Il 31 dicembre 1867, "l’Amministrazione del Fondo per il Culto, rappresentata dal Ricevitore Favero, e autorizzata dalla direzione Compartimentale di Ancona con nota 27 novembre p.p., N. 11926 - 11819/57 Sezione Culto", alla presenza del pubblico notaio Alessandro Perotti, "cede e consegna al Municipio di Pesaro e per esso al suo Sindaco Nobil Uomo Sig. Marchese Alessandro Gallucci l’ex convento dei PP.MM. Riformati..., già ridotto per cura dello stesso Municipio ad uso di Quartiere Militare per le Truppe di Sussidio", assumendosi formalmente tutti gli obblighi imposti dalla legge 7 luglio 1866 "e specialmente quello di pagare e rimborsare le spese occorse per detto fabbricato... di mantenerlo in buono stato e di concederne semplice e gratuitamente la occupazione alle truppe di sussidio".

E poiché la chiesa di San Giovanni Battista è aperta al culto, la Giunta Municipale si arroga il diritto di destinarvi un religioso vestito da prete secolare.

Muore il secolo XIX lasciando una triste eredità di ingrate memorie per i membri della religiosa famiglia del San Giovanni Battista.

Il grande tempio non ha perduto tuttavia il suo antico splendore.

I francescani sono riusciti a custodirlo con dedizione nonostante il turbine di due soppressioni e gli eventi che lo hanno profanato. Essi sono rimasti al loro posto quando avrebbero potuto provvedersi di un nuovo convento, uniti nella comune volontà di non tradire gli antichi fratelli che in quel luogo sacro e in quel chiostro erano serenamente vissuti lasciandoli eredi dei frutti del loro intenso lavoro.

Il nuovo secolo porta ancora sconquassi nella Minoritica comunità francescana.

Durante il lungo periodo della prima guerra mondiale, il tempio di San Giovanni Battista e il suo convento sono ridotti a quartiere militare per le truppe di stanza a Pesaro.

La chiesa, sconsacrata, è ridotta a stalla. Anche Benito Mussolini, caporale, vi è ospite e per ripararsi dall’umidità della notte riposa sulla mensa dell’altare di San Francesco.

Altari, sepolture, tutto è manomesso. Pure l’organo e sfasciato. Si rispetta soltanto il coro dove vengono celebrati i riti sacri. E i religiosi, preoccupati, cercano di trasformare in magazzini chiusi per la conservazione delle suppellettili della chiesa anche una piccola parte della costruzione rimasta libera al culto.

Il terremoto del 15 agosto 1916, giorno dell’Assunta, rovina la cupola del tempio determinandone un ulteriore aggravamento delle già precarie condizioni.

Finalmente, il 4 novembre 1918, sgombrato il San Giovanni Battista dalle truppe in conseguenza dell’armistizio, il p. custode Natale Radicioni da Castelferretti inizia le pratiche per le gravose riparazioni e per ottenere la ricostruzione dell’organo.

Il Municipio di Pesaro, che ha subito concesso l’uso della retrosagrestia ai religiosi, ordina l’inizio dei lavori di restauro della chiesa nell’ultima settimana di aprile del 1926, e li completa la vigilia di Natale di quello stesso anno, con il totale rifacimento della pavimentazione e la tinteggiatura della grande navata.

Il 17 aprile 1929, per ordine del Fondo per il Culto si procede alla revisione dell’ultimo inventano del 31 dicembre 1867 di tutti gli oggetti della chiesa, e il 5 settembre si porta a compimento la nuova orchestra e si collocano le nuove bussole — costruite rispettivamente a spese della comunità religiosa e del municipio —alla porta laterale e a quella principale del tempio.

Il 28 novembre dello stesso anno con l’intervento di Maestri del R. Conservatorio G. Rossini, del clero, e la partecipazione di gran numero di fedeli viene inaugurato con un concerto vocale - strumentale a carattere di vero avvenimento artistico, il piccolo organo di scuola veneta ( seconda metà del sec. XVIII), opera di Francesco Polinori, restaurato da Gaetano Baldelli "fabbricante di organi - armonium" in Pesaro.

Negli anni dal 1938 al 1940 il ventunenne pittore fanese Enzo Bonetti, soldato di leva in forza al Distretto Militare dislocato nei locali del convento di San Giovanni Battista, affresca a tempera con mezzi di fortuna venti delle ventidue lunette del chiostro, illustrando episodi dell’attività dei tre corpi nell’ambito delle forze armate italiane durante il conflitto etiopico (1935-1936), e le pareti alte delle due restanti ali del chiostro e quelle dei corridoi della zona del convento non in concessione ai religiosi con altre scene raffiguranti battaglie dell’antica Roma, ricevendo anche le congratulazioni di S.A. il Principe Ereditario Umberto LI di Savoia presente a Pesaro nella seconda quindicina di agosto del 1939.

In questo stesso periodo il Bonetti realizza — usando cemento e creta — la bella statua del Fante nell’atto di lanciare una bomba a mano, che viene collocata dai religiosi nella zona centrale del chiostro. La statua andrà distrutta durante l’occupazione alleata.

Le cronache della chiesa di San Giovanni Battista non rilevano fatti di particolare interesse fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando nuovamente si avvicendano nel tempio truppe e carriaggi militari che mettono a soqquadro per tanto tempo l’intero edificio.

Un bombardamento aereo del 1944 manda in frantumi la vetrata del finestrone che si apre sopra la parte centrale del coro, raffigurante l’Agnello di San Giovanni, e la mezzaluna sopra la "Cappella del Crocifisso", raffigurante i simboli della Passione di Gesù. Con il ritorno alla pace e a giorni migliori, i religiosi del San Giovanni Battista, diminuiti di numero e pur tra le ristrettezze economiche di un’epoca ormai avara di mecenati, e non certo sempre soddisfacentemente aiutati — spesso per "mancanza di fondi" — dall’Amministrazione comunale (in forza degli impegni sotto-scritti nel 1867), iniziano pazientemente la ricostruzione delle zone devastate del convento e ottengono nel 1951, per i buoni uffici del p. guardiano Enrico Paoletti da Fabriano, il rifacimento gratuito dell’intera pavimentazione della chiesa grazie all’interessamento del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Ancona e all’opera degli stessi religiosi.

Il pavimento è realizzato con piastre in cotto intervallate da strisce marmoree ricalcanti il perimetro delle cappelle laterali della navata e isolanti lo spazio centrale del quale evidenziano la forma ottagonale.

Genio Civile e Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Ancona si alternano dal 1972 in attenti sopralluoghi per rilevare i lavori di restauro di maggior urgenza da realizzare all’esterno e all’interno del tempio francescano.

Dopo lunghe, laboriose, e spesso aspre trattative condotte dai Religiosi per ottenere la concessione d’uso di una parte del convento non più adibito a Distretto Militare, ma utilizzato come Magazzino Militare dipendente quale sezione staccata da Forlì, l’8 novembre 1975 il ministro della Difesa on. Arnaldo Forlani — al quale la comunità di San Giovanni Battista in occasione di una sua visita aveva chiesto un sostanziale e decisivo intervento presso le competenti sedi di Roma —così telegrafava a p. Armando Pierucci superiore del convento: "Riferimento sue precedenti richieste sono lieto comunicarle che da questo Ministero sunt state impartite disposizioni per retrocessione immobile ex Distretto Militare at Comune Pesaro entro corrente mese. Concessione uso chiostro detto immobile at codesto convento dovrà essere concordata da Signoria Vostra con Sindaco che habet già dichiarato favorevole predisposizione Amministrazione Comunale...".

Il verbale di consegna firmato dalle parti in data 25 novembre 1975, trasmesso dall’Ufficio Tecnico Erariale con lettera n. 10199/4033 del 29 novembre 1975, registrata al Protocollo del Comune di Pesaro con n. 28658 del 1 dicembre 1975, permise dunque ai religiosi di San Giovanni Battista l’uso precario e temporaneo dei locali di quel tratto del convento intorno al chiostro dal quale per tanti anni erano stati esiliati.In occasione del V centenario della nascita di Girolamo Genga, l’interno del tempio viene completamente tinteggiato a nuovo. Si dà anche alle stampe un numero unico, "Il S. Giovanni". Significativo in tale circostanza il discorso di apertura delle celebrazioni tenuto dal prof. Antonio Brancati, direttore della Biblioteca e dei Musei Oliveriani, oltre che docente di larga fama, (vedi Il S. Giovanni, Numero Unico a cura dei Frati Minori e dei Terziari Francescani di S. Giovanni Battista, s.d. (1976); in cop.: facciata della chiesa di S. Giovanni, dis. di Giancarlo Scorza). Nello stesso anno, il 24 gennaio, "vengono semplificati alcuni altari nelle varie cappelle...". In quella dedicata a Santa Caterina da Bologna "viene tolta la grande cornice e il quadro deteriorato.., e viene sistemata la statua che raffigura San Giovanni Battista che battezza Gesù. Sono anche tolti dalle pareti lapidi funerarie di antica memoria...". Nel 1981 si iniziano grossi lavori di ristrutturazione e restauro nella zona di clausura al primo piano del convento per decisione del Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona, poi interrotti verso la fine di novembre per mancanza di fondi.