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Pesaro 86
Da alcune memorie e scritture antiche si raccoglie che
i Minori Osservanti si stabilirono nelle vicinanze di Pesaro nel 1442,
sostando allinizio in una chiesa con convento già delle monache
di San Francesco, che labate Luigi Giordani indica prossima a Miralfiore
[A. CALOGERÀ, Nuova Raccolta dOpuscoli Scientifici e Filologici,
Nuova Serie, XX, Venezia, 1760] e il Fabbri allIngualchiera,
una conceria a circa un miglio fuori porta "Curina" o "Collina"
[F. Fabbri, Istoria della vita et morte del glorioso S. Terenzio Martire
titulare et protettore della città di Pesaro, ms. Oliv. 320, p. 711].
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| Ma i religiosi francescani avevano ottenuto sin dal 1438 da
papa Eugenio IV la direzione spirituale del nuovo monastero del Corpus
Domini (lantico venne soppresso nel 1485 quando fu incorporato
al nuovo sito tra la strada percorsa dal "banditore" e le mura,
poco più indietro della piazza dellOlmo indicata anche nella
pianta di Pesaro di P. Mortier col n. 86), un tempo casa di monache terziarie
istituita da Elisabetta moglie di Malatesta il Senatore, poi convertita
in vero monastero con annessa piccola chiesa da Battista da Montefeltro
(1384-1448), figlia di Antonio settimo conte di Urbino e di Agnesina di
Giovanni dei Prefetti di Vico, e sorella di Guidantonio e di Anna, moglie
di Galeazzo Malatesta, signore di Pesaro, e nuora quindi di Elisabetta,
"donna litteratissima, e tenuta in gran pregio da virtuosi del
suo tempo ("..fuit non feminei ingenii sed angelici atque divini
potius, nam latinum atque vulgarem facile babuit: ideo collocanda esset
inter Musas et novem sorores, autpotius inter deas" Anonimo,
sec. XV, Cod. Locatelli), nonché devotissima di Santa Chiara e dedita a
opere di cristiana pietà [L. JACOBILLI, Vite de Santi e Beati dellUmbria,
11, p. 5, Foligno, 1656; ms. Oliv. 454 (Miscellaneo), Il, Raguaglio
della Moglie di Galeazzo Malatesta]. |
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| Nel Viridarium presso Miralfiore, fuori dellantica
porta Collina, luogo disabitato e malsano per la presenza in molti avvallamenti
del suolo di acque stagnanti miasmatiche causa di "infirmità continue",
il primo nucleo di sei religiosi visse per ventisette anni in silenzio e
nella preghiera, interrotti verso la fine del 1464 dallaccorata supplica
del loro governatore p. Alessandro da Fano ad Alessandro Sforza, conte di
Cotignola, ed allora Vicario Generale di Pesaro per la Sede Apostolica,
ed alla Comunità della stessa Pesaro, che implorava il trasferimento dei
frati in "luogo daria più salubre, dentro la città o suoi borghi",
non potendosi tollerare oltre la loro infelice condizione."Così nellanno
seguente (1465), a Nome di d° Aless.ro e del Publico fù impetrato dal Pontefice
Paulo 20 un Breve speziale spedito in Roma alli 27.di Marzo (29 marzo,
secondo il Giordani), e diretto a Mons. Giovanni Benedetti, Vescovo
di Pesaro, di poter trasportare lAntico Convento ne Borghi della Città
in luogo commodo et onesto, e salubre, sicome fù eseguito trasferendo la
Chiesa Vecchia di S. Francesco nella Chiesa di S. Eracliano, che per essere
Parocchiale, e sotto la Cura dun Priore dellOrdine di S. Bendetto
subordinato al Monastero di Chiaravalle, fù unita et annessa con lAutorità
Pontificia alla Chiesa e Cura di S. Cassiano retta parimente da un altro
Priore e Monaci di S. Benedetto. Era in quel tempo Guardiano del Primo Convento
di S. Francesco (al Viridarium) frà Pietro da Modena [ms. Oliv. 382,
V, e. 262 r.-v., Della Fondazione del Convento de PR Minori Osservanti
Riformati di Pesaro]. |
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| Nellangusto e vecchio monastero benedettino dedicato
a SantEracliano (titolo che, nelluso comune rimase per un certo
periodo anche dopo il suo cambiamento in quello di San Giovanni Battista),
sito non lontano dal Tentamentum, conosciuto in seguito sotto il
nome di conventum sancti Francisci ad Torrosinum, di qua dal ponte
sul Foglia, dove i Minori Osservanti vissero dal 12 settembre 1465 per oltre
trentanni, operò in odore di santità fr. Anastasio da Milano, ricordato
dalla famiglia dei religiosi per la generosità del carattere e le lunghe
lotte sopportate contro ogni genere di tentazione diabolica. Alla sua morte,
avvenuta il 7 ottobre 1472, il popolo ammesso alle esequie ebbe agio di
vedere il misero luogo dove i francescani vivevano e quella piccola chiesa
quasi in rovina. |
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| Simponeva davvero una nuova costruzione. Alessandro
Sforza aderì al comune desiderio di provvedervi, accettando di buon grado
la carità popolare che si esprimeva quotidianamente in elemosine e nellofferta
di materiali e di giornate di gratuito lavoro. |
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| La nuova chiesa, sotto il medesimo titolo di San Giovanni
Battista, reggente la provincia p. Paolo da Mercatello, venne consacrata
il 10 giugno 1499 dal vescovo di Savona, monsignor Guglielmo dei Minori.
A ricordo di questo avvenimento fu collocata dentro la "pietra sacra"
una pergamena (più tardi ritrovata): "Ego frater Gulielmus Ordinis
Minorum Epus Savonensis consecravi Ecclesiam, et Altare hoc S. Jo: Baptistae;
Reliquias Beatorum Sancti Andreae Apli, Sancti Vincentii, et Sancti Sergii
in eo inclusis: singulis Xpi fidelibus in Anniversario Consecrationis ipsam
visitantibus dies 40 de vera Indulgentia in forma Ecclesiae consueta concedimus". |
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| Dellaspetto di questo tempio, forse progettato dallarchitetto
dalmata Luciano Laurana (Zara ca. 1420 - Pesaro 1479) chiamato "per
consiglio" a Pesaro nel 1465 da Alessandro Sforza resta una
qualche documentazione in due rappresentazioni coeve. |
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| In una delle trentadue tarsie sopra i postergali degli stalli
del coro di SantAgostino, e precisamente nella prima a destra, è riprodotta
una chiesa a quattro fronti cuspidate, con occhio centrale e porta architravata,
una cupola allincrocio della navata maggiore col transetto, impostata
sul quadrato, con tamburo ottagonale adorno di finestre: certamente la chiesa
dellOsservanza, con il campanile e lattiguo convento, eretta
"intra muros" e presso il ponte sul Foglia. |
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| Conferma documentataci anche da un dipinto su tavoletta del
1471 di Marco Zoppo (Cento 1433 - Venezia 1478), conservato col n. 543 alla
The Walters Art Gallery di Baltimora, dove in alto, a sinistra, è raffigurato
sulla roccia un tempio ricco di dettagli, e perciò non frutto della fantasia
di pittore, non certo la cattedrale di Ancona ravvisatavi dal nobile Gustavo
Frizzoni, poligrafo, cultore della miniatura bolognese, della pittura lombarda
e collaboratore alla rivista "Rassegna dArte" edita
a Milano agli inizi del 900, ma proprio la chiesa dellOsservanza
di Pesaro, che si sviluppa a croce greca, con interno forse a tre navate,
che mostra dietro, a sinistra, la parte iniziale del convento e un alto
campanile arieggiante quello di San Marco, con lunghe arcate cieche, ed
una cupola al centro ad impianto quasi circolare, con finestre rettangolari
in ogni lato e piano, preludio alle linee nuove e semplici del gusto rinascimentale. |
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| Conclusasi nella sua efficacia la signoria degli Sforza con
la morte di Giovanni avvenuta nella rocca di Gradara il 27 luglio 1510,
papa Giulio II il 20 febbraio 1513 annette Pesaro al Ducato di Urbino e
ne investe i Della Rovere che con Francesco Maria I fissano a Pesaro (divenuta
città principale dello "stato nuovo") la loro ordinaria residenza. |
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| Il 19 gennaio 1521, crescendo nuovi pericoli di guerra che
determinavano nuovi transiti di soldatesche mandate ad ingrossare il campo
della Lega in Lombardia, il conte Roberto Boschetti di Modena già
accusato di aver in precedenza sospesi e poi lasciati distruggere i lavori
di difesa iniziati anteriormente alla occupazione dello Stato da parte di
Lorenzo de Medici fa deliberare dal Consiglio di Pesaro, da
tempo persuaso di questa necessità, la ripresa di quelle opere "ab
ultimo turrione prope portam Salsam (porta Sale, al termine dellomonima
via, oggi via Castelfidardo) usquè àd scarpam inceptam versus porta Pontis
(porta Rimini e ponte sul Foglia), cioè in quel tratto non compiuto
da Costanzo Sforza, con il sacrificio dellantico Torrosinum, o
baluardo di San Giovanni, del convento e della nuova chiesa degli Osservanti.
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| Soprintendenti ai lavori furono nominati Girolamo Gualtieri,
Vincenzo Cocchi ed Antonio Tommasi [ARCHIVIO COMUNALE di PESARO, Consigli
dal 1519 al 1536, voi. 58, f. 67]. Francesco Maria I, che aveva concepito
lidea di collegare la nuova cinta muraria a vecchi baluardi, quali
Rocca Costanza e la piccola, ma elegante Rocchetta del Porto, recingendo
la città che avrebbe assunto unampia forma pentagonale, partecipò
da esperto conoscitore qualera di arti fortificatorie in modo decisivo
alla realizzazione del progetto. |
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I lavori, tuttavia, si protrassero a lungo nel tempo.
L8 giugno 1527, nel rispetto della volontà di Francesco Maria I
desideroso che le opere di difesa fossero ultimate al più presto, su proposta
di Pier Gentile da Camerino (che con mastro Andrea di Gerolamo da Pesaro
compare come il primo ingegnere militare impegnato nella direzione della
fabbrica) vennero reclutati quattrocento uomini per il completamento dei
bastioni e il 28 di quello stesso mese vinse lappalto "per
fiorini 60" e "grossi novem per canna" quel
tale mastro Andrea che sette anni addietro, l8 luglio 1521, li aveva
iniziati per ordine dei Deputati del Comune.
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Nel 1528 si cominciò, dunque, a murare da Rocca Costanza
verso porta Fanestra. Ma Guidobaldo LI Della Rovere, figlio di Francesco
Maria I, succedutogli nella signoria di Pesaro, assai impensierito per
limminente necessaria demolizione della chiesa e del convento di
San Giovanni Battista, che dovevano far posto al progresso della cinta
fortificata, dopo essersi consigliato con la più nobile aristocrazia cittadina,
il 19 luglio 1535 servendosi a Roma del suo legato, loratore Giovanni
della Porta, decideva di informare il Pontefice della situazione.
La bolla papale dellaprile 1536 (nella quale fiducioso
il Duca aveva sperato) decretò la sorte definitiva del complesso religioso:
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ANTONIVS
MISERATIONE DIVINA
TITVLI SANCTORVM QVATOR CORONATORVM
PRESBYTER CARDINALIS
Dilectis in Christo Prioribus et hominibus civitatis Pisauren.
Salutem in Domino...
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| Ex parte vestra Nobis oblata petitio continebat quod cum domus
et ecclesia sancti Joannis Baptistae dictae civitatis, Ordinis Fratrum Minorum
de Observantia, muris eiusdem civitatis contigua existat, et ex hoc ipsa
civitas non modicum debilior reddatur, fadileque invadi et offendi possit,
cupitis pro ipsius civitatis munimine, defensione et evictione domum et
ecclesiam easdem solo aequare et in congruentiori loco intra eandem civitatem
reaedificare: ex quo profecto et divinus cultus augeretur, et civitas ipsa
fortiori praesidio communiretur. Quare supplicare fecistis humiliter Nobis
su-per his per Sedem Apostolicam de opportuno remedio jure provideri etc..
Nos igitur auctoritate Domini Papae, cuius Poenitentiariae curam gerimus,
et de eius speciali mandato, super hoc vivae vocis oraculo Nobis facto,
vobis ut dictas domum et Ecclesiam, muris civitatis contiguas demoliri et
solo aequare, relicta tamen in eo loco, in quo nunc Ecclesia est parva cappella
in memoriam prioris Ecclesiae, et illas ad alium locum congruentiorem inter
ipsam civitatem, per vos eligendum, transferre, et inibi de novo cum claustro,
dormitorio, refectorio et aliis officinis necessariis construi et aedificari
facere libere et licite possitis et valeatis, ipsorum Fratrum, seu illorum
Superiorum ad id accedente consensu, indulgemus atque concedimus, non obstantibus
constitutionibus et ordinationibus Apostolicis, ac tam provincialibus, quam
synodalibus, dictique Ordinis statutis et consuetudinibus, etiam juramento,
confirmatione Apostolica, vel quovis firmitate alia ruboratis, ceterisque
contrariis quibuscumque. Datum Romae apud sanctum Petrum sub sigillo officii
Poenitentiariae V. Kalendas Apriis, Pontificatus Domini Papae Pauli III,
anno 11. |
| [Annales Minorum, XVIII, pp. 63-64, Roma, 1740]. |
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Lantica chiesa venne demolita e Guidobaldo II ne
propose la riedificazione sullampio appezzamento di terreno presso
porta Collina (dove sorgeranno in seguito le stalle ducali, e dove oggi
sta il teatro Rossini), previo accordo con gli stessi religiosi.
I francescani si opposero subito al progetto del Duca,
non volendo allontanarsi troppo dalla loro primitiva residenza, cioè dal
Barchetto (o Parchetto) di cui rivendicavano la proprietà
indicato nella pianta di Pesaro di P. Mortier col n. 98, del quale
ha lasciato una significativa immagine il pesarese Francesco Mingucci
in un acquerello presente nel Cod. Barb. Lat. 4434 presso la Biblioteca
Apostolica Vaticana (vedi pure lanonimo disegno conservato presso
lArchivio di Stato di Firenze, Archivio dUrbino, cl.
III, f.za XIX, c. 351) opera, dellarchitetto Girolamo Genga,
un accogliente giardino con un "Casino" in forma di "ruina",
ricco di piante esotiche sapientemente disposte, di vivai di pesci e di
animali di specie diverse, che si estendeva tra il cavaliere di Miralfiore
e la porta del Ponte (oggi porta Rimini), nellarea retrostante allex
Ospedale psichiatrico, un tempo proprietà dei religiosi [ms.Oliv. 1230,
Notizie dellAntico Convento di San Gio. Bat.a di Pesaro, e
ms. Oliv. 456, lI, ms. 368, S. Giovanni Battista, Chiesa ora de Mm.Rif,
Chiese di Pesaro, (cc. 380 v. e 381 r.); vedi anche F. FABBRI, Historia
della vita et morte del glorioso S. Terenzio Martire titulare et protettore
della città di Pesaro, ms. Oliv. 204, cc. 96 v., 97 e 98 r.], passato
poi alla Chiesa nel 1631 con lestinzione della signoria dei Rovereschi,
e demolito nella seconda metà del secolo scorso in seguito a successivi
ampliamenti (1839, 1847) di quellospedale nella cui area il Parco
ducale, ceduto in donazione dal cardinale Albani nel 1839, era stato racchiuso.
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Di fronte al netto rifiuto dei frati, Guidobaldo 11 e
la Comunità si adoperarono per comporre la controversia e acquistarono
il 12 ottobre 1537, per 1430 scudi, da Sebastiano e Tommaso Pianosi, due
nobili pesaresi, una vasta area sulla quale si levavano alcuni modesti
edifici prospicienti la pubblica via da due lati (le attuali vie Passeri
e Mazzini) e su uno spiazzo detto prato di Borgo Nuovo, prossimo
al Barchetto dallaltro, come vedesi al n. 40 nella pianta
di Pesaro di P. Mortier [F. FABBRI, ms. cit., pp. 711-712].
Ser Giacomo Venanzi, sindaco della Comunità, ne diede
subito il possesso al sindaco apostolico dei religiosi, signor Bacchi.
Abbattute le case dei Pianosi, la costruzione della nuova chiesa di San
Giovanni Battista iniziò pertanto sette anni dopo la demolizione dellantica,
il 9 aprile 1543. I costi vennero così suddivisi: per ledificio
del convento lonere fu assunto dalla Comunità, per quello della
chiesa il Duca divenne garante committente.
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| Giulia Varano, moglie di Guidobaldo II, assistita dal Vescovo,
dalla nobile corte e da grande folla di popolo, con pompa solenne pose la
"prima pietra" già benedetta nel cavo preparato nel punto dove
più tardi sarebbe stato eretto laltare maggiore, includendovi una
moneta doro del valore di cinque scudi (secondo quanto si legge nelliscrizione:
ma il testo epigrafico, ad un attento esame dal punto di vista numismatico,
risulta tuttavia errato in quanto lunica moneta coniata nel ducato
di Urbino da Guidobaldo II in quegli anni era del valore di quattro scudi
doro e non cinque [come si rileva dal Corpus Nummorum Italicorum,
XIII, Marche, Roma, 1932, p. 520, T. XXVIII, 4]; forse lerrore
può trovare una sua spiegazione se si considera che sulle monete di quel
tempo non risultava il relativo valore): |
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D/ (nel giro, dal basso a sinistra): GVIDVS
VBAL II. VRBINI DVX IIII
(nel campo): effige del duca rivolto a destra;
in nesso BC.
R / (nel giro, dal basso a sinistra): IN . MEM
. AETE.. ERIT . IVSTV.
(nel campo); la rovere sradicata entro cornice intrecciata a
foggia di scudo sormontato dalla corona ducale.
A imperitura memoria dellavvenimento venne posta sulla porta che
immetterà alla "scoletta" la seguente iscrizione su lapide
in marmo chiaro:
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NONIS APRILIS MDXLIII
EXC.Mo D.D. GVIDO VBALDO VRBINI DVCE REGNANTE.
EXC.MA D.D. IVLIA VARANA EIVS VXOR.
IN FVNDATIONE ECCLES. S.I0: BAPTISTAE CIVITATIS SVB
ALTARI
MAIORI. [PISAVRI.
PRIMVM LAPIDEM POSVIT.
VNA CVM NVMISMATE VALORIS QVINQ. AVREORVM.
IBIDEM PRAESENTIBVS RR.PP.
F. ALEXANDRO È S. LEONE PRO VINCIAE MARCHIAE
ET [MINISTRO.
F. ANTONIO È CAMPO ROTVNDO GVARDIANO.
EIVSDEM AVTEM ECCLESIAE
AEDIFICATIO
PRAEFATI EXCELLENTISS. D. DVCIS EXPENSIS FACTA
[EST.
|
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Lobiettivo di tutta la politica di Guidobaldo II
Della Rovere fu di eguagliare in forza e splendore i predecessori. Tale
velleità si farà tanto più pressante via via che si assottiglierà il peso
economico e politico dello Stato.
Nella progressiva sproporzione tra la disinvolta "fastosità"
di Guidobaldo II e le sue concrete disponibilità finanziarie sta la chiave
per una spiegazione di questa politica delle contraddizioni, le cui radici
daltro canto affondano anche nella magnificenza di
quella potente corte spagnola che tanto aveva influenzato Napoli e Milano
e alla quale ogni Principe si era ben presto assuefatto. La natura estrosa
di Guidobaldo II unita al suo istintivo senso di generosa prodigalità
che lo portava sovente a certe liberalità fiscali in contrasto con programmi
economici già definiti, denunciavano una "magnitudine" del tutto
rinascimentale, e la sua corte una tra le più famose in Italia
continuava la tradizione umanistica iniziata da Federico da Montefeltro.
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Lobiettivo di tutta la politica di Guidobaldo II
Della Rovere fu di eguagliare in forza e splendore i predecessori. Tale
velleità si farà tanto più pressante via via che si assottiglierà il peso
economico e politico dello Stato.
Nella progressiva sproporzione tra la disinvolta "fastosità"
di Guidobaldo II e le sue concrete disponibilità finanziarie sta la chiave
per una spiegazione di questa politica delle contraddizioni, le cui radici
daltro canto affondano anche nella magnificenza di
quella potente corte spagnola che tanto aveva influenzato Napoli e Milano
e alla quale ogni Principe si era ben presto assuefatto. La natura estrosa
di Guidobaldo II unita al suo istintivo senso di generosa prodigalità
che lo portava sovente a certe liberalità fiscali in contrasto con programmi
economici già definiti, denunciavano una "magnitudine" del tutto
rinascimentale, e la sua corte una tra le più famose in Italia
continuava la tradizione umanistica iniziata da Federico da Montefeltro.
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| Guidobaldo II pur non essendo il più ricco fra quanti si
onoravano di accogliere nelle proprie corti uomini illustri per spiccata
cultura o perizia nelle armi, spendeva molto, oltre il lecito consentitogli
dal bilancio, cosi da trovarsi costretto ad imporre ai sudditi sempre nuove
e insopportabili gabelle. Dice in proposito nella sua "relazione"
Matteo Zane, uno dei tre ambasciatori veneti inviati per qualche giorno
nel ducato dUrbino:"...Ma tre anni fa ha inteso la Sublimità
Vostra la sollevazione dUrbino per cagione delle nove ed insopportabili
gravezze e imposizioni che erano state messe dal duca morto, il quale non
per difendere lo Stato né per occasion bisognosa, ma più tosto per spendere
in cose poco necessarie, meteva ogni studio, ogni pensier di trovar nove
forme dimposizione, le quali sono da stimarsi molto in quel paese
(Urbino) che in ogni altro, peroché, levato lagricoltura, non vi resta
industria di sorta alcuna" [A. SEGARIZZI, Relazioni degli Ambasciatori
veneti al Senato, Il, pp. 159-212, Bari, 1913; nonché L. CELLI, Storia
della sollevazione di Urbino contro il Duca Guidobaldo 11 Feltrio Della
Rovere dal 1572 al 1574, Torino - Roma, 1892].
La grandezza e le difficoltà economiche di Guidobaldo
Il Della Rovere, che lo rendevano dipendente da altri principi, finirono
altresì per essere la causa maggiore del lento procedere dei lavori di
costruzione della nuova chiesa di San Giovanni Battista, e della disputa
sorta tra il Duca e i Minori Osservanti che, spaventati dalle larghe proporzioni
del costruendo edificio e dallampia misura del tempo impiegato,
tentarono riuscendovi a più riprese di far sospendere i lavori
stessi. Grave errore, certamente, perché tali ritardi impediranno il classico
compimento della grande opera architettonica.
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Il progetto della ricostruzione del San Giovanni Battista
era stato affidato da Guidobaldo II a Girolamo Genga (Urbino 1476 - Villa
della Valle 1551), architetto, pittore, scenografo, presente in tutti
i maggiori centri culturali dellItalia centrale. Un eclettico, un
grande considerato minore perché vissuto allombra
di artisti sommi come Bramante e Raffaello, o forse perché costretto
dallalternanza degli eventi storici di un Ducato ormai in declino
a non poter esprimere tutto il suo talento.
Il Genga per trentanni e fino alla morte "architetto
ducale" attuò inizialmente il suo progetto con la costruzione della
grande navata rettangolare unica a croce latina, con tre piccole slanciate
cappelle a tricora per lato intervallate da "pilastri" e delimitate
da lesene, innestandovi successivamente un ampio presbiterio a pianta
ottagona irregolare secondo una composizione di pianta a schema centrale
con quella latina che ha qualche rapporto con gli studi per la basilica
vaticana del Bramante [oltre ad altre testimonianze, cfr. G. VASAIU, Vite
depiù eccellenti pittori, scultori e architettori, pp. 320-321,
Firenze, 1568].
La fastosa imponenza dei lavori in linea con
la determinata volontà del Principe di erigere un tempio monumentale,
dette luogo come dicemmo a lunghe dispute allinterno
della congregazione per la resistenza di molti frati allo sfarzo eccessivo
del progetto in contrasto con la serafica povertà cui si erano votati
[F. GONZAGA, De Origine Religionis Franciscanae, ms. Oliv., Convent.
XLVI, cit., in C. ORTOLANI, Il mio bel San Giovanni, pp. 16-22,
Pesaro, 1930].
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Mancano comunque notizie sullandamento dei lavori fino alla morte
di Girolamo Genga e nei libri dei conti solo in parte conservati
non esistono riferimenti specifici al San Giovanni Battista.
Si conserva un solo documento del 27 novembre 1551, ed è una lettera
di mittente ignoto indirizzata a Guidobaldo II: "In la fabrica di
San Giovanni non si lauora già, sono molti giorni, ne trouo che sia mutato
il modello in alchuna parte et auertirò, che anco per lo auenire non si
muti niente et darò auiso dogni cosa al Genga (Bartolomeo)"
[ARCHIVIO di STATO di Firenze, f.za 105, VI, f. 2 v., f. 469 (Gronau,
CLXXVI)].
Nel 1558, quindici anni dopo la posa della prima pietra, alla immatura
scomparsa di Bartolomeo Genga (Cesena 1518 - Malta 1558) succeduto al
padre Girolamo nella direzione dei lavori, il progetto, eseguito in gran
parte, aveva rispettato il modello originario imposto da Guidobaldo II.
La costruzione, tuttavia, era ancora priva nel suo interno
di molti dettagli e risultava mancante del rivestimento. Tale incompiutezza
e da addebitarsi alla lentezza dei lavori di realizzazione per difficoltà
finanziarie, che impedì a Bartolomeo Genga di portare a termine lopera
iniziata dal padre.
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Alcuni documenti accennano che le rifiniture dellinterno
vennero in gran parte eseguite tra la fine del XVI e nel XVII secolo.
Nel 1578 furono collocati quattro altari nelle nicchie della navata e
poco più tardi, per benefica bontà dei Bobali o Bubali (esuli ragusini,
ospiti della facoltosa e nobile famiglia Gozze, pure ragusina, trapiantata
con Ser Vido De Gozze circa il 1481 a Pesaro per esercitarvi la mercatura:
estinta sulla soglia del XVIII secolo, i marchesi Baldassini ne raccolsero
leredità), il coro venne dotato di sedili nuovi e uniformi in sostituzione
dei vecchi banchi logori e ormai inservibili.
Agli inizi del Seicento, p. Silvestro da Maciano, nominato
Guardiano del San Giovanni Battista, avvalendosi dellopera del carpentiere
pesarese Francesco Polinori ornò la cupola e la navata di cornicione in
legno e fece sistemare le quattro colonne ai lati dello spazio centrale,
e le due doppie colonne libere tra lo stesso spazio e il coro, vicino
allaltare maggiore, offerto nel 1633 lo stesso anno in cui
il campanile venne abbassato di un ordine, perché pericolante alla
comunità religiosa dalla munificenza dei Bobali (che si accontentarono
della recita di un De profundis ogni notte, dopo il "mattutino").
Due lapidi in marmo nero con cornice in marmo rosso,
murate nel coro a destra e a sinistra dellaltare maggiore, ricordano
questa famiglia profondamente cristiana:
(lato Epistola)
|
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D.O.M.
ANNAE RESTIAE ANDREAE BOBALII
PATRIT RAGVSINI VIRI CLARISS
CONIVGI FOEMINAE CVM IN OMNI
VIRTVT GENERE SPECTATISS TVM
IN MATERNAE CHARITAT OFFICIO
TAM INSIGNI
VT IPSA POTVS PATRIA, QVAM
AMANTISS FILIO CARERE
VOLVERIT
MARINVS BOBALIVS MATRI CHARISS
AC DE SE OP. MERITAE.
HOC SVAE PIETAT MATERNAEQVE
VIRTVT MONVM P.C.
OB PISAVRI ANNO SAL HVM.
CDD CIIIIVNONMAII
AET SVAE LXX
(lato Vangelo)
D.O.M.
MARINO BOBALIO ANDR FIL PATRIT RAGVS
VIRO CLARISS PIETATE INSIGNITO FIDE
RERVM PERITIA
IN VTRAQ FORTVNA PRVDENT SINGVLARI
ET AD PROMEREN OMNIVM GRATIAM
PRECIPVE VERO
SER FRANC. MARIAE VRBINI DVCIS OPTIME
INSTITVTO QVI IN ITALIA MVLTOS ANN MAGNA
CVM LAVDE FVIT ATQ PISAVRI QVIETISS VIVENS
ANNAM MATREM AMISIT, IVXTA QVAM
CORPVS SVVM SEPELIRI MANDAVIT:
MATERNE SCIL AEMVLVS PIETAT VT QVAE FILIVM
VIVENS NVNQVAM DESERVIT IPSE MORIENS
NON DESERERET, SED OSSA EANDEM HABERENT
IN TERRA SEDEM IDEMQ IN CAELO ANIMAE
DOMICILIVM SEMPITERNVM
VRSVLA SORGA RAGVS CONIVGI OPT AC
DILECTISS AC SPECTATISS MOERENTES P.P.
OB.VIIKALDECEMBANNSALcI3.I~C V
VIXIT ANN XLIX
|
|
[vedi anche ms. Oliv. 382, V - 15, Memorie di Pesaro:
Orazione di Sebastiano Macci in morte di Marino Bobalio,
patrizio ragusino.].
Il 29 agosto 1656, solennemente e con grande partecipazione
di popolo, la chiesa veniva consacrata da monsignor Carlo Nembrini di
Ancona vescovo di Parma, con il beneplacito del vescovo di Pesaro, monsignor
Giovanni Francesco Passionei. Tale fausto giorno e ricordato dalla lapide
commemorativa in marmo nero collocata nella facciata della cupola in
Cornu Evangelis:
|
|
D.O.M.
TEMPLVM HOC, QVOD OLIM
VRBINI DVCVM
PIETAS ET MVNIFICENTIA
ANNO MDXLIII A FVNDAMENTIS
EREXERAT ILL.~S ET REV.MVS D.D.
CAROLVS NEMBRINVS
ANCONIT.S PARMEN.SJVM EPVS. ILL.MO ET REV.MO
D.D. IOE FRAN0 PASSIONEO PISAVR~ ANTISTITE
[ANNVENTE
SOLEMNI RITV DIE XXIX AVG. CONSECRAVIT ANO SAL.
[MDCLVI.
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A questa data, linterno della chiesa di San Giovanni Battista aveva
assunto quasi completamente la sua fisionomia definitiva. Quanto allesterno
rimasto incompiuto, si ha notizia di una disputa curiosa sorta nel 1696,
sotto il regime di p. Pierlodovico da Pesaro, tra i religiosi e il ministro
mediceo Matthias, circa il possesso delle pietre in travertino che dovevano
servire da ornamento delledificio sacro nel suo prospetto come nel
suo fianco:
"LAltezza R.ima del Sig. Card.le Francesco Ma(ria) de
Medici, come Erede de beni della S.ma Sig.ra Duchessa Vittoria Figlia
del Prencipe Federico Ubaldo, Figlio del Duca Francesco Maria Ultimo dUrbino,
e maritata poi nel Gran Duca di Toscana, e fù madre del prefato Cardinale
di Cos(i)mo III, teneva qui (a Pesaro) di residenza un M(inistr)o Principale,
come ancora tiene di presente, e nomavasi il Cavalier Mathias, quale di
propria autorità senza nepur far parola con Religiosi, mandò una Mattina
di buon ora, alcuni Scalpellini, con altri Uomini, e comincio a far segare
una di quelle Pietre, che stanno dentro lOrto appoggiate alla Murallia
del Refettorio, che allora stavano fuori, vicino alla porticella della
Chiesa. Ciò veduto dal Sagrestano nellaprir, che facea la Chiesa,
corse a portar la nova del fatto al P. Guardiano, che era il P. Lett.re
(Lettore) Pietro Lodovico da Pesaro, e sparsa tal nuova per il Convento,
accorsero tutti li Frati, ed il Guardiano andò dal Ministro sud.to, per
persuaderlo acciò desistesse da tale attentato col rappresentarli, che
le Pietre sudettte pervenivano alla Chiesa, ma fù inutile ogni persuasiva,
e partito da lui il Guardiano, spedì novo ordine al Fattore suo che stava
presente, che seguitassero il Lavoro; ma li Scalpellini vedendo tutti
li Frati attorno e che facevano risentimento sopra questo fatto, e che
vie più si riscaldavano, e che molti di essi erano corsi alla Fascinara,
a provvedessi di Candele, per illuminar loro, e gli assistenti, lasciarono
limpresa, e si allontanarrono per veder il fine di quella scena.
Strepitavano li ministri, e glincitavano al lavoro, ma senza profitto,
intanto il p. Guardiano spedì quattro Religiosi per la Città a ritrovar
Bovi, e funi, per tirar le Pietre in Convento, e la gente, che si era
radunata a questo fatto ogni volta, che entrava in Convento una Pietra
gridavano Viva, e in poco tempo furono assicurate dentro il Chiostro le
Pietre. Ricorse allora il Ministro Matthias al Vicario generale di quel
tempo, che senza informarsi dalla parte dei Religiosi, e sentire le loro
ragioni, spedì per mano di Ballio un precetto al P. Guardiano sottopena
di Scomunica di rimettere fuori le Pietre, con chè diede ocasione alli
Religiosi, di fare le loro istanze per mezzo del Conservat.re de privileggj,
che era il Sig. Proposto Cornoldi, Uomo dotto e beneffetto alla Religione,
ed era Terziario Professo, e dichiarò nulla la Scomunica, perlochè furrono
fatte dal P.M.R. Lettor Antonio Maria della Pergola, Scritture Legali,
si conservano nellArchivio del Convento, e ne fù si da Religiosi,
che da Ministri, dato a parte a S. Al. R.ma Sig.re Cardinale sud.to, e
doppo qualche vessazione patita da Religiosi, si arenò il fatto, ne più
se ne discorso; solo che dopo pochi mesi sparì il Cavalier Matthias Ministro
senza sapersi altro di lui, e le Pietre stanno in Convento le più piccole,
e le grandi attorno alla Chiesa, e Clausura..." [ms. Oliv. 456,
cit., (cc 380 v. e 381 r.)].
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Latto di consacrazione della chiesa di San Giovanni
Battista, avvenuto oltre un secolo dopo linizio dei lavori sigillò,
per così dire, il completamento dellopera architettonica, anche
se lesterno nonostante donazioni per lasservimento della manodopera
necessaria (diversamente destinate dai frati) avrebbe necessitato di rifiniture
strutturali e decorative.
Lincompiutezza della facciata della nuova chiesa
non pregiudica, tuttavia, il valore monumentale della costruzione sacra.
Essa si articola quasi disinteressandosi di unorganica correlazione
di spazi interni ed esterni, come un intelligente rovesciamento
della visione prospettica fuori, unitaria invece allinterno dove
ogni modularità si riassume nel grande arco trionfale "rialzato",
vero fulcro del tempio.
E lambigua caratteristica progettuale del Genga,
unambiguità dialettica spaziale che conferma lindifferenza
dellarchitetto urbinate verso lunificazione del rapporto interno
-esterno dei suoi edifici.
Lo studio delle analisi di proporzione, ossia di equilibrio
/ unità / espressione, dellarchitettura del San Giovanni Battista
qualifica la cultura disciplinare del Genga. Lesame della costruzione
sacra evidenzia infatti la capacità dellarchitetto urbinate di guidare
la connessione e la successione degli spazi senza cancellare la loro armonia,
trascendendo i concetti del suo tempo.
Nella fronte della facciata del San Giovanni Battista,
coronata nellordine superiore da un timpano, tipologicamente affine
a quello dellAlbertiana chiesa di Santa Maria Novella in Firenze,
corrisponde un ordine inferiore riecheggiante nei tre grandi fornici (di
cui i due laterali contengono una nicchia) il tempio Malatestiano di Rimini.
La fascia mediana, incompiuta, ha certamente significato
di piano di raccordo compenetrante dei due ordini, come indicherebbe lo
"sconfinamento" dei tre fornici in questa zona. Lordine
superiore della facciata è illeggiadrito da una trifora con arco a pieno
sesto, di sapore veneto, detto "Serliana".
Il fianco della chiesa presenta la stessa labilità di
relazione con linterno, facilmente accertabile tra la scansione
della parete del fianco medesimo e la struttura della navata, ma quasi
del tutto mancante là dove si articolano le cappelle e le nicchie che
si aprono allinterno del tempio.
La caratteristica ambiguità spaziale del Genga si rivela,
ma questa volta a favore dellunificazione del rapporto interno-esterno,
nel raccordo concavo tra facciata e
fianco, che da una parte esalta con medita tipologia
larticolazione interna, mentre dallaltra livella i diversi
corpi di fabbrica, sottolineando la sostanziale continuità della parete.
Linterno della chiesa, bene evidenzia lintenzione
del Genga, di segnare un preciso contrasto con lesterno provocando
effetti e motivi con penombre concilianti il raccoglimento.
Colpisce la grande navata per la purezza geometrica e
lassenza di sovrastrutture decorative, che il 400 dallAlberti
in poi tendeva ad eliminare, laddove la facciata scandisce laltra
grammatica genghiana che, giocando sullintreccio delle linee, crea
spazi vuoti e pieni in alternativa, e luci e ombre che ne moltiplicano
la varietà cromatica nel rispetto della proposizione albertiana "nullaltro
si veda che il cielo".
Alla longitudinalità della navata, chiusa da una volta
a botte, si contrappone lo scatto verticale del transetto dove le linee
di fuga convertono nella cupola (allesterno mascherata da un tetto
a Otto falde poggianti sullo sviluppo del tamburo, altrimenti simbolo
di sfarzo in contrasto con le regole dellOrdine), in un gioco di
luci che provenendo dallalto accentuano lo slancio della massa muraria.
Il Genga ha introdotto nella cupola la figura intermedia
dellottagono, a spicchi irregolari, spezzando il nesso cupola circolare-spazio
cubico, e ha adottato tale ricorso anche per le strutture portanti.
Il grande arco, infine, con il suo richiamo modulare,
è la chiave interpretativa di una architettura dove ogni unificazione
spaziale deve essere intesa percettivamente, non strutturalmente.
La nuova chiesa di San Giovanni Battista, ben inquadrata
nel tessuto interno della città, ebbe indiscussa importanza anche sotto
il profilo urbanistico.
Pesaro, difesa dalle mura, dal fossato che la circondava,
dai baluardi, con la continua presenza dei "cavalieri" in prossimità
delle porte munite di ponte levatoio (salvo quella del Porto), i quali
avevano cura di "scoprire il nemico da lontano, batterlo per ogni
luogo e sempre di fianco, fin sopra il ciglio del fosso, cosa che così
agevolmente e così da lontano non fanno i soli baluardi senza i cavalieri",
viveva intensamente il suo tempo, e gradualmente andava modificandosi
nellaspetto per limpulso edilizio dato da Francesco Maria
I e ora da Guidobaldo II Della Rovere.
La costruzione della nuova chiesa monumentale di San
Giovanni Battista aveva determinato un fermento urbanistico notevole.
Elevato nel 1555 dalla famiglia Montani il palazzo poi divenuto Santinelli-Antaldi
(ristrutturato nel XVIII secolo), si comincio a fabbricare "alla
gagliarda". Là dove era possibile, furono aggiunti nuovi piani alle
case più basse, e si ammattonò la via del Borgo che da quel momento venne
chiamata di San Giovanni.
Intanto, mentre sul Trebbio dove conduceva il
vecchio Borgo Nuovo stavano per essere completate le fondamenta
delle grandiose stalle ducali, al di sopra di porta Fanestra Pesaro andava
assumendo un aspetto del tutto inedito con la costruzione del nuovo palazzo,
oggi Baldassini, del marchese Ranieri Del Monte, conte di Mombaroccio
(che aveva perduto le sue case in seguito allampliamento della piazza
maggiore dove pure era stata demolita lantica sede della Comunità),
e lo spostamento dellOsteria della Posta sullangolo della
via presso la chiesa e il convento di SantAgostino.
Sulla "piazzetta", proprio dinanzi allo stesso
convento, si completava il palazzo dei Bonamini, dopo labbattimento
operato nel 1542 di una moltitudine di basse casette, e come ricorda
padre Zacconi [Storia di Pesaro, ms. Oliv. 570] vennero
aperte due botteghe (tolte alcuni anni dopo perché un padre generale ne
giudicò la presenza sconveniente, trovandosi prossime al chiostro di San
Giovanni, dove i frati venivano sepolti) anche nel muro del convento "rimpetto
alle due che sono nel suddetto palazzo, empiendole tutte quattro di superbissime
e copiosissime drogherie: e nel passare che facevano le genti mirandole
per stupore stringevano le labbra ed inarcavano le ciglia".
Nel 1520 per volontà di un facoltoso mecenate di nome
Agostino era stata iniziata la costruzione, in via Sabatini, del convento
di Santa Caterina con annessa chiesa, ultimata nel 1525 due anni prima
delledificazione della chiesa di San Rocco accanto alla quale esisteva
una casa, appartenuta a certo Francesco Semprini, dove le monache dellOrdine
dei Serviti curavano una istituzione per la tutela delle zitelle povere,
che doveva in seguito originare il monastero della Purificazione in Borgo
di ponte sulla via dei Molini, poi ricovero di mendicità, rifatto nel
secolo XVIII con la ricostruzione e lampliamento della chiesa allopposta
estremità delledificio, dovera prima una casa di Domenico
Pasqualini (che venne più tardi compensato della perdita con la donazione
da parte del Vescovato di un edificio nel quartiere di SantArcangelo,
dopo lestinzione dei vecchi proprietari, i Petrini di Macerata Feltria).
Mentre con il patrocinio di Vittoria Farnese, sposa in
seconde nozze di Guidobaldo II Della Rovere, si stava istituendo il nuovo
convento della Purificazione in locali già adibiti a stalle al servizio
della stessa duchessa, poi proprietà del capitano Giacomo Paoli, per opera
della confraternita della chiesa parrocchiale di San Martino, che le aveva
acquistate nellaprile del 1577, veniva edificata lelegante
chiesa del Nome di Dio, officiata per la prima volta nel giorno di Santo
Stefano del 1578, anno in cui si procedette alla demolizione della chiesa
di Santa Maria Vecchia (fondata "per comodo della gente marinaresca"
intorno al 1360 e officiata sino al 1572), detta anche Santa Maria in
Porto in quanto sita in pertinentiis Portus Pisauri, per farla
rivivere sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli (nota anche come
la "chiesa de Monaci") sulla base di un progetto redatto
dal pesarese Gerolamo Arduini, cui venne assegnato dai Camaldolesi lincarico
di realizzarlo.
Questo uno scorcio della Pesaro dei primi anni di vita
del nuovo San Giovanni Battista. Una Pesaro densa di movimenti innovativi,
talvolta frenati dal Principe che intendeva sopprimere abusi e disordini,
con i sudditi lanciati a renderla sempre più decorosa. Così come laveva
pensata e voluta Guidobaldo II che bramava fare del San Giovanni Battista
un tempio monumentale, di Pesaro la città più importante del suo ducato.
Guidobaldo II si spense il 28 settembre 1574 e fu sepolto
nel Convento del Corpus Domini, come per testamento [D. BONAMINI, Cronaca
della Città di Pesaro, ms. Oliv. 966,111, pp. 123-124].
Il suo successore Francesco Maria II, egoisticamente
attaccato alla vita solitaria, agli studi filosofici e letterari, e alla
caccia, non si occupò fattivamente nella prima fase della sua lunga signoria
di iniziative volte allabbellimento della città, salvo linteresse
del tutto coevo per una nuova villa dipendente dallImperiale,
che chiamò "Vedetta" [vedi disegno di F. MINGUCCI presente
nel Cod. Barb. Lat. 4434 presso la Biblioteca Apostolica Vaticana], della
quale affidò ledificazione sulla sommità del San Bartolo allarchitetto
pesarese Gerolamo Arduini, che laveva ideata [D. BONAMINI, Cronaca,
cit. pp. 134 135].
Ma sinceramente ansioso di riportare serenità tra i sudditi,
con editto in data 13 ottobre 1574 abolì i dazi imposti dal padre [F.
UG0LINI, Storia dei Conti e Duchi dUrbino, voi. II, Firenze,
1859, pp. 530-531], ridusse drasticamente le spese di corte, iniziando
una politica di rigoroso risparmio per sanare il gravissimo debito di
150000 scudi che Guidobaldo II aveva lasciato.
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Condannato "negli anni, in cui gli affetti sono
una gradevole necessità" a un freddo e sterile matrimonio, e dal
secondo che poi contrasse perché nebbe un erede "vergogna e
dolore della sua età cadente", Francesco Maria II che nella maturità
aveva atteso al saggio governo dei popoli e della famiglia, amante e premuroso
della giustizia e della efficiente amministrazione, dopo la tragica morte
del figlio Federico Ubaldo, al quale aveva volontariamente ceduto il governo
dello Stato il 14 maggio 1621, avvenuta alle "ore 18" di giovedì
29 giugno 1623 nella sua camera prospiciente il convento di San Domenico
[ARCHIVIO DISTRETTUALE NOTARILE DI URBINO, Rogiti Notarili di Placido
Vagnarelli, a. 1623, voi. 7, n. 1834], tornato suo malgrado in Urbino
per porre riparo ai danni causati dal "piccolo Nerone", ripreso
il governo cambiò i ministri e ripristino il "Consiglio degli Otto",
già da lui istituito e dal figlio soppresso. Ma vide crollare ledificio
dinanzi ai suoi occhi e "ancor vivo e senza posterità" dovette
subire le arroganti pretese della Curia romana e la tutela degli Ecclesiastici
"bramosi che con la sua morte fosse levato ogni ostacolo alla piena
lor signoria".
Ormai nel Palazzo dUrbino stava scendendo lentamente
il silenzio. Disseccava lantica "Rovere". Quella Corte
un tempo fastosa e frequentata da personaggi illustri era in agonia.
Cerano rimasti un vecchio pieno di rancori e amarezza, e una bambina,
la nipote Vittoria. E tante memorie e fantasmi.
Il vecchio si spense alletà di 83 anni, il 28 aprile
1631, otto anni dopo la morte del figlio Federico Ubaldo, e con lui si
concludeva la lunga signoria dei Della Rovere. Pesaro e tutto il ducato
di Urbino passarono tra i beni della Santa Sede dopo lunghe e complicate
trattative.
A "eterna memoria" dellavvenimento venne
collocata sullantica porta Fanestra denominata ora porta
Urbana per imposizione del Magistrato e del popolo in occasione della
presa di possesso della città da parte dellinviato papale monsignor
Lorenzo Campeggi, e della conseguente offerta delle chiavi avvenuta il
5 maggio in forma solenne [D. BONAMINI, Cronaca, cit., III, p.
235; vedi anche G.C. TORTORINO, Historia dellantichissima e fedelissima
città di Pesaro, ms. Oliv. 318, c. 33 r.-v., che tuttavia annuncia
larrivo a Pesaro del Campeggi all8 maggio] la seguente
iscrizione, distrutta nel 1797 durante la prima occupazione francese:
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Condannato "negli anni, in cui gli affetti sono
una gradevole necessità" a un freddo e sterile matrimonio, e dal
secondo che poi contrasse perché nebbe un erede "vergogna e
dolore della sua età cadente", Francesco Maria II che nella maturità
aveva atteso al saggio governo dei popoli e della famiglia, amante e premuroso
della giustizia e della efficiente amministrazione, dopo la tragica morte
del figlio Federico Ubaldo, al quale aveva volontariamente ceduto il governo
dello Stato il 14 maggio 1621, avvenuta alle "ore 18" di giovedì
29 giugno 1623 nella sua camera prospiciente il convento di San Domenico
[ARCHIVIO DISTRETTUALE NOTARILE DI URBINO, Rogiti Notarili di Placido
Vagnarelli, a. 1623, voi. 7, n. 1834], tornato suo malgrado in Urbino
per porre riparo ai danni causati dal "piccolo Nerone", ripreso
il governo cambiò i ministri e ripristino il "Consiglio degli Otto",
già da lui istituito e dal figlio soppresso. Ma vide crollare ledificio
dinanzi ai suoi occhi e "ancor vivo e senza posterità" dovette
subire le arroganti pretese della Curia romana e la tutela degli Ecclesiastici
"bramosi che con la sua morte fosse levato ogni ostacolo alla piena
lor signoria".
Ormai nel Palazzo dUrbino stava scendendo lentamente
il silenzio. Disseccava lantica "Rovere". Quella Corte
un tempo fastosa e frequentata da personaggi illustri era in agonia.
Cerano rimasti un vecchio pieno di rancori e amarezza, e una bambina,
la nipote Vittoria. E tante memorie e fantasmi.
Il vecchio si spense alletà di 83 anni, il 28 aprile
1631, otto anni dopo la morte del figlio Federico Ubaldo, e con lui si
concludeva la lunga signoria dei Della Rovere. Pesaro e tutto il ducato
di Urbino passarono tra i beni della Santa Sede dopo lunghe e complicate
trattative.
A "eterna memoria" dellavvenimento venne
collocata sullantica porta Fanestra denominata ora porta
Urbana per imposizione del Magistrato e del popolo in occasione della
presa di possesso della città da parte dellinviato papale monsignor
Lorenzo Campeggi, e della conseguente offerta delle chiavi avvenuta il
5 maggio in forma solenne [D. BONAMINI, Cronaca, cit., III, p.
235; vedi anche G.C. TORTORINO, Historia dellantichissima e fedelissima
città di Pesaro, ms. Oliv. 318, c. 33 r.-v., che tuttavia annuncia
larrivo a Pesaro del Campeggi all8 maggio] la seguente
iscrizione, distrutta nel 1797 durante la prima occupazione francese:
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CIVITATE AD APOSTOLICAM SEDEM
DEVOLVTA VRBANO VIII P.O.M. REGNANTE
AETERNAE FIDELITATIS CARACTERE INSIGNITI
EANDEM INVIOLABILEM PROFITENTES
VRBANAM PORTAM
LAETISSIMA DIE LAETISSIMI PISAVRENSES
D.D.
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I grandi parchi, i sontuosi palazzi, le ville che già
avevano ospitato il fiore della nobiltà e della cultura, abbandonati e
deserti, giacquero sotto le ingiurie del tempo, trasformandosi ben presto
in malinconiche rovine che linforme boscaglia ammantava impietosamente.
Così, con le ultime corse e gli sfrenati lussi e le pazze
imprese dellultimo figlio della grande famiglia che a Pesaro aveva
concesso le sue insegne [Italo ZICÀRI, Guidubaldo II° della Rovere
e lo stemma di Pesaro, in Studia Oliveriana, v. I, MCMLIII, pp. 93-101],
dopo la devoluzione del Ducato allo Stato Pontificio, si spegneva anche
per i religiosi del San Giovanni Battista ogni speranza di sicuro mecenatismo.
La lunga storia che accompagna la vita del monumentale
tempio dal XVII secolo ai nostri giorni è costellata di avvenimenti non
sempre lieti, sovente strettamente legati alle sorti dellOrdine
(passato legalmente, il 3 settembre 1594, sotto la presidenza di p. Bonaventura
da Caltagirone, ministro generale, dallOsservanza alla Riforma delle
Marche) che tra le pareti del chiostro e nel silenzio austero della grande
chiesa guidobladesca e genghiana continuava la sua missione.
Il San Giovanni Battista stava divenendo il luogo sacro
di preghiera scelto a preferenza dalla cittadinanza pesarese e già oltre
un secolo dopo la sua erezione contava il maggior numero di sepolture
appartenenti alle più insigni famiglie [C. ORTOLANI, Pesaro, Il mio
bel San Giovanni, Pesaro, 1930, p. 80].
Era una chiesa guardata con invidia, frequentata con
slancio, forse per effetto dellosservanza della rigorosa disciplina
e dello studio fervente che si erano imposti i francescani, ai quali gli
eminentissimi cardinali dellex ducato dUrbino avevano dimostrato
tutta la loro simpatia.
Nel 1609 "A di 14 Lug.o in Pes.ro di
martedì fu la venuta di Mons. Vescovo F. Bartolomeo Gregorio di San Giorgio
dellOrdine dei Zoccolanti; venne a pigliar il possesso del vescovado
di Pesaro; venne in lettica da Urbino, il Lettighiero aveva nome Biasino
da Urb.o entrò per porta corina, e se ne andò al convento de Padri Zoccolanti
senza cerimonie il d.0 era Vescovo del Duca Frane.0 M.~ secondo,
il mercoledì mattina celebrò a S. Giovanni e poi se nandò senza
Cerimonie al duomo..." [B.TONTINI, Memorie di diverse cose in
Pesaro, in Memorie di Pesaro, ms. 390, c. 107 r.-v.].
Nel 1633 "nella Chiesa di S. Giovanni dove sono
li P.ri Zoccolanti fù mandata da Roma per la festa di San Giovanni, lindulgenza
dei sette altari, conforme a S. Pietro di Roma [B, T0NTINI, ms. cit.,
e. 144 v.].
Nella "Scoletta", piccolo locale comunicante
col coro " benedetta il 28 giugno 1659 dal vescovo di Pesaro, monsignor
Giovanni Lucido Palombara, perché servisse da ossario per i resti dei
molti tumulati nelle fosse comuni della chiesa convenivano letterati
e giuristi, mossi dalla fama degli studi teologici del convento per le
cattedre dei vari docenti francescani, con i quali si organizzavano pubblici
dibattiti sempre disciplinati da un religioso nelle vesti di moderatore.
Ovviamente, tanta simpatia e tanta rinomanza attirarono
sul San Giovanni Battista anche tanta pubblica carità, particolarmente
espressa con reiterate offerte e contributi che permisero alla comunità
dei religiosi di provvedere ad opere di restauro, alla costruzione di
nuovi locali nella parte conventuale e allacquisto di oggetti sacri.
Nel 1609, forse per commissione di p. Silvestro da Maciano,
nominato guardiano del San Giovanni Battista lanno precedente, intimo
consigliere di Francesco Maria Il, Francesco Polinori costruì il pulpito
in tutto noce che "costò 100 scudi", esistente nella chiesa
fino alla più recente riforma liturgica (i due amboni che ne costituivano
la tribuna sono attualmente sistemati nel presbiterio).
Nel 1628 "del mese di aprile fù fatta la volta della
Chiesa di S. Giovanni da M.ro Bernardo Facchinetti, e M.ro Gian Ant.o
Mincioni Muratori, la quale la fece fare il Duca Fran.co M.a second.o
dUrb.o [B. T0NTINI, ms. cit., e. 138 v.; nonché
D. BONAMINI, Cronaca, cit., III, p. 225].
Nel 1633, "Il Signor Giovanni Mosca ricchissimo
Mercadante in Pes.0 a sue spese fece lAltare maggiore
della Chiesa dei PP. Min Osserv. col bel quadro del Guercino e colle belle
pietre e marmi di Verona, che secondo il Santini costarono scudi 1000,
e secondo il Fedeli (presso me) scudi 6000" [D. BONAMINI, Cronaca,
cit., IV, p. 8; nonché B. T0NTINI, ms. cit., e. 145 v.].
"Li 16 settembre 1657 fu portato et collocato in
questa chiesa processionalmente da tutte le confraternite Regolari et
Clero il Corpo et Reliquie di San Primo martire riconosciuto prima dal
ordinario et levato della chiesa Cattedrale, donato a questa religione
et convento col favore di mons. Fontanelli Maggior Domo di Papa Inocentio
X, et la festa si celebra qui nella sua traslatione il 17 settembre Giorno
delle Stimate di San Francesco nel martirologgio il suo martirio li 2
ottobre" [F. FABBRI, ms. cit., p. 98 r.].
Sotto il saggio governo di p. Paolo da Candelara, nel
1699, fu fatta la volta al dormitorio, si "plancì di quadrelli arotati"
il pavimento e si stabilirono la Curia provincializia e la "Libraria",
così che il convento di San Giovanni Battista con i suoi trentasei religiosi
presenti assurse a tale risonanza da essere considerato il più importante
dellintera Provincia.
Nellanno 1701 venne restaurato il refettorio del
quale si rinnovò lintera pavimentazione, e ventinove anni dopo p.
Cherubino da San Remo ordinò la prosecuzione dei lavori di costruzione
"in tutto noce" dei nuovi confessionali (lavorati dai Marangoni)
e delle sei balaustre (i confessionali e le balaustre vennero poi spostati
là dove stavano gli altari, e questi al posto degli altri), e della cupola
della chiesa. In quelloccasione "fu lavorato anche un bel baldacchino
tutto ornato di frangie che venne poi collocato sopra laltar maggiore".
Nello stesso anno (1732) fu aggiunta nella torre una
piccola campana, la "squilla". Tutto questo si dovette alla
generosità dellabate Giovanni Battista Paolucci benefattore della
comunità religiosa, che già nel 1686 aveva donato al San Giovanni un calice
dargento, le carteglorie pure dargento e ottone dorato, una
pianeta in lama dargento, e un camice con cingolo serico e fiocchi
a fili doro [ms. Oliv., 456, cit., (c. 380 v.)].
Tra il 1688 e il 1691 il convento di San Giovanni Battista,
per merito di p. Antonio Maria da Pergola, fu dotato di una grande infermeria
necessaria alla famiglia francescana in continuo progressivo sviluppo.
Nel 1703 (lanno in cui il 14 gennaio e il 12 febbraio
si registrarono a Pesaro due forti scosse sismiche che danneggiarono seriamente
la volta a botte della navata e la cupola della chiesa e causarono anche
il crollo della copertura del refettorio) vennero iniziati i lavori di
costruzione dellarmadio della sagrestia, in massiccio di noce, composto
da basamento con sportelli separati da lesene rastremate che sorreggono
mensole e volute, e da una parte superiore con piccole colonne tortili
sorrette da modiglioni con capitelli compositi, opera di notevole pregio
eseguita da valenti artigiani locali e dagli stessi religiosi del San
Giovanni (in quel tempo presenti nel convento in numero di sessanta),
per il mecenatismo di p. Pietro dUrbino e p. Paolo da Candelara.
La sagrestia fu poi arricchita di quadri ad olio, tra
i quali quello raffigurante "Dio Benedicente", di ignoto,
posto sul timpano centrale, e di finissime miniature.
Nel 1711 si ristrutturò dalle fondamenta tutta la clausura
di cinta [ms.Oliv. 456, cit., (c. 383 v.)] e dieci anni più tardi
venne respinta dai frati di San Giovanni, difesi dal Sindaco Apostolico
marchese Raimondo Mosca, la richiesta del Magistrato della Città che pretendeva
che "li Frati piancissero la Strada avanti la Chiesa, ed ancora quella
dietro la Chiesa, sin dove si estende la Clausura".
Nellanno 1729, dietro suggerimento del cardinale
Annibale Albani in visita al San Giovanni Battista, p. Cherubino da San
Remo, guardiano, ordinò la demolizione dei quattro altari esistenti, e
lo spostamento in altra parte della chiesa dei rispettivi quadri, onde
restituire equilibrio alle linee della navata resa "deforme"
da quelle errate collocazioni [ms. Oliv. 456, cit., (cc. 384 v.
- 385 r.)].
Sempre nel 1729 venne eretta la nuova Via Crucis,
in sostituzione delle "effigie di carta e croci dipinte",
con la serie dei quattordici quadri del pittore veneziano Zanetti, che
costarono "scudi quattro e baiochi quaranta il pezzo", oltre
"altre spese minuti Moneta Romana" [lelenco completo dei
benefattori è contenuto nel ms. Oliv. 456, cit., (c. 385 v.)].
È opportuno ricordare che negli anni Settanta ignoti hanno asportato la
VII Stazione della nuova Via Crucis, oggi così ridotta a tredici
Rappresentazioni].
Nel 1734 p. Egidio da Pesaro fece ingrandire la "sagrestia
ulteriore ove e il Lavamano" e abbellì con le elemosine di zelanti
fedeli le decorazioni delle porte ai quattro lati della Cappella Maggiore,
sopra le quali fece sistemare i quadri tolti dagli altari minori della
navata.
Nel 1756 venne collocata nella torre della chiesa una
nuova campana "OPUS BALBI FIAMMENGHI", munita di quattro medaglioni
e di differenti decorazioni.
Nel 1761, col consenso di p. Clementi Guignoni, si inaugurò
lattesissimo organo tra lesultanza dei fedeli.
Il 10 marzo del 1791 la chiesa e il convento di San Giovanni
Battista sfuggirono per buona sorte al pericolo di un grosso incendio
che distrusse anche lintera biblioteca [D.BONAMINI, Cronaca,
cit., IV, p. 234].
Altri lavori furono portati a termine tra il 1775 e il
1799 (nel 1783 la torre della chiesa si arricchì di unaltra campana
"OPUS FREDUM EPULIS") nellultima opera architettonica
di Girolamo Genga, prova di altissima qualità artistica, che pur incompleta
nelle sue strutture esterne, stava divenendo ledificio più osservato,
certo il più bel tempio della città.
Con la sua grande e austera navata bianca, gli altari,
i molti importanti dipinti, le ricche suppellettili, il coro, la magnifica
sagrestia, la carità cristiana dei sessanta religiosi francescani sempre
osservata tra le sacre pareti del chiostro e allesterno, e la fama
di centro di indiscussa intellettualità, la chiesa di San Giovanni Battista
celava veramente una pagina di storia, con date e nomi, che collegandosi
sovente agli avvenimenti cittadini, completava e integrava quella di Pesaro
in cui da oltre due secoli era inserita.
Nel progressivo evolversi degli eventi e nellaccelerarsi
delle grandi vicende internazionali, germinava intanto anche per il nostro
paese quel movimento mosso da aspirazioni borghesi di conquista di un
regime liberale, che concretando volontà di indipendenza e libertà, doveva
determinare una nuova fisionomia della nazione.
Si stava frangendo la crosta del vecchio mondo. Attraverso
diversità di metodi e di propositi, il moto rivoluzionario scompaginando
antiche istituzioni, rinnovava le legislazioni e stabiliva "giusti
diritti", togliendo la supremazia al patriziato e limmunità
al clero, condizioni ritenute indispensabili per il conseguimento di una
nuova civiltà universale.
Le cause determinanti degli sconvolgimenti dopo il 1789
non erano state religiose o filosofiche, ma politiche ed economiche. La
chiesa venne trascinata nella tempesta della Rivoluzione perché ritenuta
elemento inscindibile dellorganizzazione dellantico regime
e, in questo contesto, il clero doveva essere una delle prime vittime
di quelle idee e delle grandi correnti innovatrici dalle quali scaturì
poi il concetto dellunità nazionale.
Così comera accaduto in Francia, dopo lannessione
al regno dItalia delle Marche e dei territori dello Stato Pontificio,
un decreto imperiale del.25 aprile 1810 ordinava la soppressione in tutto
il suolo italiano delle Compagnie, delle Congregazioni e delle Associazioni
ecclesiastiche (ad eccezione dei Capitoli delle Cattedrali) e la confisca
dei beni immobili parte dei quali per disposizioni impartite da
un organismo denominato "Monte Napoleone" o "Monte di Milano",
con sede nel capoluogo lombardo, creato per lamministrazione dei
beni e delle rendite demaniali e delle conseguenti passività passarono
allodiali a "S.A. il Principe Vice-Re dItalia Eugenio Napoleone".
Il 16 maggio 1810, a tutta la comunità religiosa della
chiesa di San Giovanni Battista di Pesaro, riunita "a suono di campanello"
nel refettorio del convento, dal delegato del Demanio Vincenzo Ondedei
viene letto il decreto di soppressione dellOrdine.11 5 giugno, vestiti
da secolari, i francescani abbandonano il convento e gli orti annessi,
che sono subito locati al pesarese Vincenzo Guidomei e da questi ripartiti
in affitto tra diverse famiglie plebee.
Proprio in questo periodo tutto il travertino conservato
nellorto del convento di San Giovanni Battista, che avrebbe dovuto
completare lornamento esterno del tempio, è asportato per essere
utilizzato nella costruzione del "fortezzino" (oggi scomparso)
a destra del faro del porto.
Al Congresso di Vienna (settembre 1814 - giugno 1815),
che resta dopo le guerre napoleoniche il tentativo più grandioso
per regolare con senso di giusto equilibrio lassestamento territoriale
dei paesi europei e gli interessi reciproci, nonostante decisioni e pareri
contrastanti, il cardinale Ercole Consalvi, segretario di Stato di papa
Pio VII, con lappoggio del plenipotenziario inglese lord Henry Robert
Stewart Castlereagh ottenne la restaurazione dei possedimenti pontifici
ad eccezione di Avignone e del Contado Venassino, piccola regione del
mezzogiorno della Francia, ceduto al pontefice Gregorio X da Filippo III
lArdito.
Di conseguenza, Pesaro "con tutti li paesi e contadi"
ritorna sotto il dominio della Santa Sede e i religiosi dei San Giovanni
Battista hanno nuovamente libero accesso alla loro chiesa, al convento
e agli orti il primo di novembre del 1814. Vestiti da sacerdoti, riattano
il convento molto danneggiato dalle genti che lavevano avuto in
locazione per quasi un lustro, ricostruiscono le camerette, riparano i
danni maggiori, e il 22 gennaio 1815 rivestono lantico serafico
saio.
Una Relazione manoscritta del 1837 dellArchivio
della Riformata Provincia delle Marche così lo descrive:"(Esso) presenta
nel suo ingresso un chiostro maestoso: gli archi in retto ordine disposti
sono molto elevati: le lunette furono dipinte dal Palmieri, o Palmerini,
pittore di molto credito, ma oggi li suddetti dipinti sono molto rovinati.
È questo convento uno dei più grandi che abbia la nostra Riformata Provincia
della Marca, ampliato anche più del 1688 collaggiunta di un nuovo
dormitorio fatto per la cura del Provinciale e per lInfermeria...".
Nel 1838, per la zelante premura di p. Bernardino da
Chiaravalle, si dà mano ai lavori di ricostruzione del coro su disegno
dellingegnere Pompeo Mancini e la direzione dellarchitetto
Alessandro Bacchiani.
Tolta la "cona" dallaltare maggiore,
viene collocato al centro della nuova "alzata" lignea del coro,
imitante lordine della navata, il dipinto ad olio su tela raffigurante
la Vergine che tiene fra le braccia il Bambino al quale Santa Lucia porge
su un vassoio i suoi occhi, con San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista
e San Francesco rappresentati nella parte inferiore del quadro
copia fedele di unopera del Guercino eseguita da p. Anastasio da
Rimini asportato dalle truppe francesi nel 1797 durante loccupazione
di Pesaro insieme ad altre importanti tele.
In legno di noce intagliato, il nuovo coro si compone
di 24 scanni nellordine superiore, e di 24 in quello inferiore.
La struttura soprastante i sedili divisi da braccioli
a volute è ripartita in specchi separati da lesene con mensole. Al centro
del coro resta il seicentesco badalone con base a forma di piccolo armadio
a lati incorniciati a specchi e un vano chiuso da due ante.
Vi si innestano tre leggii girevoli per il salterio.
I lavori durano circa dieci mesi e lopera costa 778 scudi. Una lapide
con cornice in marmo rosso di Verona, posta sopra la porta che immette
al corridoio della sagrestia, così ricorda lavvenimento:
|
|
SUBSELLARIUM
QUOD. LOCI. ANGUSTIIS. ET. FORNICIS. HUMILITATE
ERAT. PSALLENTIBUS. PERINCOMMODUM
OPERIBUS. AMPLIATIS. CULTUQUE. ADDITO
IN. SPLENDIDIOREM. FORMAM. RESTITUTUM. EST
PIENTISSIMORUM. CIVIUM. MUNIFICENTIA
GRATUITA. ITEM. OPERA. ET. CONSILIO
V. C. POMPEII. MANCINI. EQUIT. ARCHIT. INSIGNI. STUDIO.
ATQUE. INSTANTIA
FF. AEGIDII. ET. BERNARD1NI. CLARAVALLENSIUM
QUORUM. ALTER. GEREBAT. ANTISTITEM. ORDJS PER. PROV.
ALTER. PRAEF. COENOB.
TANTAE. BENEFICENTIAE. MEMORIAM
FAMILIA. UNIVERSA
POSTERITATI. TRADENDAM. CENSUIT
LIBENS. MERITO
KALEND.IANUARIIS AN. M.DCCC XXX VIII I.
|
|
In questepoca, il pittore-scenografo faentino Romolo
Liverani, ancora nel pieno vigore artistico, giunge a Pesaro, vi si muove
a intervalli, ne ritrae serene e pacate vedute (conservate con gran parte
della sua produzione presso la Biblioteca Comunale Piancastelli di Forlì).
Tra queste, le immagini del San Giovanni Battista raccolte nel
vol. IX della collezione ritratto in tempi diversi, accompagnate
da didascalie autografe, le quali oltre a un certo interesse artistico
costituiscono soprattutto documenti preziosi per ricostruire la storia
della Pesaro di quel tempo.
Nel 1854, alla sacra memoria e alle ceneri dellillustre
concittadino Giulio Perticari (1779-1822), benemerito delle "italiche
lettere", per volontà dei fratelli Giuseppe e Gordiano, allinterno
della chiesa di San Giovanni Battista viene eretto sopra uno zoccolo di
marmo grigio piombo tra le colonne che sorreggono la volta, a sinistra
del presbiterio, presso lAltare delle Stimmate di San Francesco",
a ridosso dellantica porta che attraverso uno stretto vano conduceva
al campanile, il monumento funebre marmoreo a forma di tempietto corinzio
con colonne ai fianchi, sormontato da timpano in marmo bianco di Carrara,
opera dello scultore modenese Luigi Mainoni, con una nicchia dove è collocato
il semibusto di Giulio.
Nel fregio allegorico tra i piedistalli delle due colonne
ornati dello stemma gentilizio dei Perticari, è rappresentata (a destra
di chi la guarda) lItalia che incorona dalloro, alla presenza
di Dante, il Perticari (al centro) avvolto in ricco mantello, con
la mano destra appoggiata sul volume delle sue opere posto sopra un vicino
tavolino, e con la sinistra additante i "licenziosi", coloro
cioè che erano per labbandono di ogni modello di lingua arcaica,
e i "superstiziosi", ossia quelli che si rifacevano agli autori
del Trecento. Sul basamento in marmo bianco venato di grigio, tra due
faci riverse, sta scritto a lettere bronzee dorate:
|
|
A GIULIO PERTICARI
ONORE E LUME
DELLITALICO IDIOMA
I FRATELLI
GIUSEPPE E GORDIANO
|
| LEuropa, intanto, era giunta ad un tragico nodo della
sua storia. La fine dellepoca napoleonica sembrava essersi conclusa
con una soluzione conservatrice, e gli aristocratici con il clero meno progressista
erano decisi a cancellare subito ogni traccia della civiltà nata dalla Rivoluzione.
Gli avvenimenti del 1848 tempo in cui fu data ragionevole speranza
che avessero a cessare la presenza e il dominio straniero sul suolo italiano
avevano tuttavia aperto tra i ceti borghesi parigini un varco nel
quale stava inserendosi il quarto stato non ispirato ancora a idee
socialiste, ma piuttosto auspicante lindipendenza del lavoro. Quei
moti si erano rapidamente propagati anche in Italia dove però, per la mancanza
di una vera coscienza politica tra le masse popolari tuttora quasi estranee
alla lotta per lunità, e latteggiamento di Carlo Alberto, convinto
di poter trionfare militarmente con le sole forze piemontesi sugli Austriaci
(considerati dai Principi italiani protettori più che nemici), fallirono.
La situazione politico-militare nella penisola andava così precipitando
a vantaggio soprattutto delle aspirazioni liberali che, sia pure in mezzo
ad infinite difficoltà, stavano diffondendosi tra il popolo colto, ma anche
tra i meno abbienti. La rivoluzione francese che aveva dato lillusione
che libertà ed eguaglianza potevano procedere a braccetto, ora si smentiva.
Carlo Alberto, promulgatore di una costituzione liberale,
che aveva guidato il movimento per lindipendenza e lunità
dItalia covando odio profondo contro lAustria, sempre incerto
sulla via da seguire minacciato comera da una parte dal pugnale
dei Carbonari, e dal cioccolato dei Gesuiti dallaltra, nel
1845 faceva sapere attraverso Massimo DAzeglio ai liberali di tutte
le province dItalia che al momento opportuno essi avrebbero potuto
contare su di lui, e lanno appresso rispondeva al conte De le Tour:
"Se noi perderemo lAustria troveremo lItalia, ed allora
lItalia farà da se".
Sconfitto, di fronte a inaccettabili esigenze di Radetzky,
Carlo Alberto abdicava la sera del 23 marzo 1849 in favore del duca di
Savoia Vittorio Emanuele Il suo figlio, che, energico e risoluto, faceva
sua la causa dellindipendenza e della libertà italiana e si legava
nel 1852 a Cavour: il quale, accorto e prudente, mentre trasformava il
Piemonte in uno stato moderato, perseguendo una politica rigorosamente
antiaustriaca riusciva ad ottenere lalleanza di Napoleone III saldamente
installato al potere, e preparava in tal modo la nascita del nuovo regno
dItalia.
Con i positivi risultati plebiscitari della Toscana e
dellEmilia, e laccoglienza trionfale riservata dai torinesi
e dal parlamento Subalpino nel maggio 1860 ai nuovi deputati, stavano
giungendo anche a Pesaro notizie più o meno manipolate dal governo Pontificio
sui successi riportati da Garibaldi in Sicilia e nel Napoletano.
Cavour, giocando vittoriosamente le sue carte là dove
le aveva giocate il papa e agitando il pericolo che il moto nazionale
italiano sfociasse in una rivoluzione repubblicana, ottenuto con abilità
lassenso delle grandi potenze alloccupazione delle Marche
e dellUmbria, ordinava al generale Enrico Cialdini di marciare su
Pesaro-Ancona e al generale Manfredo Fanti di entrare in Umbria, con lo
scopo di impedire allesercito Pontificio di portare aiuti ai contingenti
impegnati nelle Marche.
Il Deputato Apostolico Tancredi Bellà l'11 settembre
1860 tentava una inutile difesa di Pesaro e con il tenente colonnello
conte Giovanni Battista Zappi, comandante del presidio della città, e
i suoi "ridicoli barbacani" si rinchiudeva poi allinterno
di Rocca Costanza trascinandovi come ostaggi numerosi cittadini. Lassedio
durava sino alle ore 9 del giorno successivo, quando il forte si arrese.
Dopo la vittoria di Castelfidardo, con il regio laconico
titolo di "Commissario Generale Straordinario per le provincie delle
Marche", Cavour inviava a Senigallia Lorenzo Valerio, un torinese
cinquantunenne "provato amico della libertà", nato da famiglia
popolana, il quale da manovale sera trasformato in "manager"
con la forza di un ingegno fecondo che lo rendeva sicuro nelle decisioni
e che lo aveva portato alla carica di Governatore della provincia di Como.
Valerio, che aveva il senso sacrale dello Stato, con
decreto n. 2 del 22 settembre 1860 stabiliva senza mezzi termini la sua
suprema autorità nelle Marche, licenziava le Giunte di Governo e istituiva
in ogni provincia un Governatore da lui eletto, col nome di Commissario
Provinciale (affiancato da un Consiglia di Commissariato composto di tre
consiglieri) dal quale dipendeva il vice-Commissario dislocato nelle città
principali.
Introduceva subito lexequatur, prendeva
sotto personale tutela le opere pie, decideva la costruzione dei primi
cimiteri regionali proibendo la sepoltura nelle chiese, aboliva le decime
e "in virtù dei poteri conferitigli coi Reali Decreti 12 settembre
e 24 dicembre 1860: Visto il Decreto del Governo Italico 7 maggio sulla
soppressione delle Corporazioni Religiose nelle Provincie delle Marche...
Presi gli opportuni concerti col governo di S.M. il Re Vittorio Emanuele
II..." decretava la soppressione di tutte le Corporazioni e gli stabilimenti
di qualsiasi genere degli Ordini Monastici e delle Corporazioni regolari
o secolari esistenti nella Provincia da lui amministrata, fatta eccezione
per le "Suore di Carità, di San Vincenzo, i Missionari detti Lazzaristi,
i Padri scolopi, i FatebeneFratelli e i Camaldolesi del Monte Catria,
territorio di S. Abbondio, in memoria del soggiorno che vi fece Dante
Alighieri, in compenso del culto che vi fu sempre conservato a quel sommo,
e perché mantengano in quei luoghi selvaggi le abitudini dei pii uffizi,
dello studio, e dellospitalità che li fanno desiderati in quel paese...".
Nella Relazione del sindaco di Pesaro, cav. Domenico
Guerrini, "su vani ed importanti oggetti e acquisto di sette Conventi"
[Archivio Comunale Di Pesaro, cat. 7-7-1, Culto, Verbale N°
2, Sessione ordinaria di Primavera del giorno 27 giugno 1862, 2a
Tornata] "Il Sindaco riferisce al Consiglio il risultato della
sua missione a Torino" e "...richiama lattenzione del
Consiglio alla probabilità che sia stanziata in Pesaro un secondo Deposito.
In questo caso... al Municipio spetterebbe di fornire i locali oltre a
quelli che occupano la guernigione e gli altri che occorron sempre per
le truppe di passaggio in questa città. I sette Conventi non basterebbero
al bisogno... Propone quindi che il Consiglio risolva di acquistare anche
il Convento di San Giovanni i cui Religiosi si trasferiscono a S. Francesco
di Paola... Si pone quindi a voti il partito, che segue. Chi intende che
al Sindaco sian date le opportune facoltà di trattare lacquisto
di tutto il Convento di S. Giovanni, riservando al Consiglio di approvare
definitivamente i patti, e condizioni del contratto, si alzi in piedi.
Si levano tutti, per cui passò a pieni voti".
I frati di San Giovanni Battista sono cosi costretti
ancora una volta a sloggiare dallantico convento (per rifugiarsi
in quello dei "Minimi" di San Francesco di Paola già evacuato)
nel quale resta per qualche tempo il custode, poi allontanato e alloggiato
a spese del Municipio di Pesaro per un nolo mensile di lire quindici
in alcune stanzette di una casa di fronte alla porta laterale del
tempio.
Il 31 dicembre 1867, "lAmministrazione del
Fondo per il Culto, rappresentata dal Ricevitore Favero, e autorizzata
dalla direzione Compartimentale di Ancona con nota 27 novembre p.p., N.
11926 - 11819/57 Sezione Culto", alla presenza del pubblico notaio
Alessandro Perotti, "cede e consegna al Municipio di Pesaro e per
esso al suo Sindaco Nobil Uomo Sig. Marchese Alessandro Gallucci lex
convento dei PP.MM. Riformati..., già ridotto per cura dello stesso Municipio
ad uso di Quartiere Militare per le Truppe di Sussidio", assumendosi
formalmente tutti gli obblighi imposti dalla legge 7 luglio 1866 "e
specialmente quello di pagare e rimborsare le spese occorse per detto
fabbricato... di mantenerlo in buono stato e di concederne semplice e
gratuitamente la occupazione alle truppe di sussidio".
E poiché la chiesa di San Giovanni Battista è aperta
al culto, la Giunta Municipale si arroga il diritto di destinarvi un religioso
vestito da prete secolare.
Muore il secolo XIX lasciando una triste eredità di ingrate
memorie per i membri della religiosa famiglia del San Giovanni Battista.
Il grande tempio non ha perduto tuttavia il suo antico
splendore.
I francescani sono riusciti a custodirlo con dedizione
nonostante il turbine di due soppressioni e gli eventi che lo hanno profanato.
Essi sono rimasti al loro posto quando avrebbero potuto provvedersi di
un nuovo convento, uniti nella comune volontà di non tradire gli antichi
fratelli che in quel luogo sacro e in quel chiostro erano serenamente
vissuti lasciandoli eredi dei frutti del loro intenso lavoro.
Il nuovo secolo porta ancora sconquassi nella Minoritica
comunità francescana.
Durante il lungo periodo della prima guerra mondiale,
il tempio di San Giovanni Battista e il suo convento sono ridotti a quartiere
militare per le truppe di stanza a Pesaro.
La chiesa, sconsacrata, è ridotta a stalla. Anche Benito
Mussolini, caporale, vi è ospite e per ripararsi dallumidità della
notte riposa sulla mensa dellaltare di San Francesco.
Altari, sepolture, tutto è manomesso. Pure lorgano
e sfasciato. Si rispetta soltanto il coro dove vengono celebrati i riti
sacri. E i religiosi, preoccupati, cercano di trasformare in magazzini
chiusi per la conservazione delle suppellettili della chiesa anche una
piccola parte della costruzione rimasta libera al culto.
Il terremoto del 15 agosto 1916, giorno dellAssunta,
rovina la cupola del tempio determinandone un ulteriore aggravamento delle
già precarie condizioni.
Finalmente, il 4 novembre 1918, sgombrato il San Giovanni
Battista dalle truppe in conseguenza dellarmistizio, il p. custode
Natale Radicioni da Castelferretti inizia le pratiche per le gravose riparazioni
e per ottenere la ricostruzione dellorgano.
Il Municipio di Pesaro, che ha subito concesso luso
della retrosagrestia ai religiosi, ordina linizio dei lavori di
restauro della chiesa nellultima settimana di aprile del 1926, e
li completa la vigilia di Natale di quello stesso anno, con il totale
rifacimento della pavimentazione e la tinteggiatura della grande navata.
Il 17 aprile 1929, per ordine del Fondo per il Culto
si procede alla revisione dellultimo inventano del 31 dicembre 1867
di tutti gli oggetti della chiesa, e il 5 settembre si porta a compimento
la nuova orchestra e si collocano le nuove bussole costruite
rispettivamente a spese della comunità religiosa e del municipio alla
porta laterale e a quella principale del tempio.
Il 28 novembre dello stesso anno con lintervento
di Maestri del R. Conservatorio G. Rossini, del clero, e la partecipazione
di gran numero di fedeli viene inaugurato con un concerto vocale - strumentale
a carattere di vero avvenimento artistico, il piccolo organo di scuola
veneta ( seconda metà del sec. XVIII), opera di Francesco Polinori, restaurato
da Gaetano Baldelli "fabbricante di organi - armonium" in Pesaro.
Negli anni dal 1938 al 1940 il ventunenne pittore fanese
Enzo Bonetti, soldato di leva in forza al Distretto Militare dislocato
nei locali del convento di San Giovanni Battista, affresca a tempera con
mezzi di fortuna venti delle ventidue lunette del chiostro, illustrando
episodi dellattività dei tre corpi nellambito delle forze
armate italiane durante il conflitto etiopico (1935-1936), e le pareti
alte delle due restanti ali del chiostro e quelle dei corridoi della zona
del convento non in concessione ai religiosi con altre scene raffiguranti
battaglie dellantica Roma, ricevendo anche le congratulazioni di
S.A. il Principe Ereditario Umberto LI di Savoia presente a Pesaro nella
seconda quindicina di agosto del 1939.
In questo stesso periodo il Bonetti realizza usando
cemento e creta la bella statua del Fante nellatto
di lanciare una bomba a mano, che viene collocata dai religiosi nella
zona centrale del chiostro. La statua andrà distrutta durante loccupazione
alleata.
Le cronache della chiesa di San Giovanni Battista non
rilevano fatti di particolare interesse fino allo scoppio della seconda
guerra mondiale, quando nuovamente si avvicendano nel tempio truppe e
carriaggi militari che mettono a soqquadro per tanto tempo lintero
edificio.
Un bombardamento aereo del 1944 manda in frantumi la
vetrata del finestrone che si apre sopra la parte centrale del coro, raffigurante
lAgnello di San Giovanni, e la mezzaluna sopra la "Cappella
del Crocifisso", raffigurante i simboli della Passione di Gesù.
Con il ritorno alla pace e a giorni migliori, i religiosi del San Giovanni
Battista, diminuiti di numero e pur tra le ristrettezze economiche di
unepoca ormai avara di mecenati, e non certo sempre soddisfacentemente
aiutati spesso per "mancanza di fondi" dallAmministrazione
comunale (in forza degli impegni sotto-scritti nel 1867), iniziano pazientemente
la ricostruzione delle zone devastate del convento e ottengono nel 1951,
per i buoni uffici del p. guardiano Enrico Paoletti da Fabriano, il rifacimento
gratuito dellintera pavimentazione della chiesa grazie allinteressamento
del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Ancona e allopera
degli stessi religiosi.
Il pavimento è realizzato con piastre in cotto intervallate
da strisce marmoree ricalcanti il perimetro delle cappelle laterali della
navata e isolanti lo spazio centrale del quale evidenziano la forma ottagonale.
Genio Civile e Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche
di Ancona si alternano dal 1972 in attenti sopralluoghi per rilevare i
lavori di restauro di maggior urgenza da realizzare allesterno e
allinterno del tempio francescano.
Dopo lunghe, laboriose, e spesso aspre trattative condotte
dai Religiosi per ottenere la concessione duso di una parte del
convento non più adibito a Distretto Militare, ma utilizzato come Magazzino
Militare dipendente quale sezione staccata da Forlì, l8 novembre
1975 il ministro della Difesa on. Arnaldo Forlani al quale la comunità
di San Giovanni Battista in occasione di una sua visita aveva chiesto
un sostanziale e decisivo intervento presso le competenti sedi di Roma
così telegrafava a p. Armando Pierucci superiore del convento: "Riferimento
sue precedenti richieste sono lieto comunicarle che da questo Ministero
sunt state impartite disposizioni per retrocessione immobile ex Distretto
Militare at Comune Pesaro entro corrente mese. Concessione uso chiostro
detto immobile at codesto convento dovrà essere concordata da Signoria
Vostra con Sindaco che habet già dichiarato favorevole predisposizione
Amministrazione Comunale...".
Il verbale di consegna firmato dalle parti in data 25
novembre 1975, trasmesso dallUfficio Tecnico Erariale con lettera
n. 10199/4033 del 29 novembre 1975, registrata al Protocollo del Comune
di Pesaro con n. 28658 del 1 dicembre 1975, permise dunque ai religiosi
di San Giovanni Battista luso precario e temporaneo dei locali di
quel tratto del convento intorno al chiostro dal quale per tanti anni
erano stati esiliati.
In occasione del V centenario della nascita di Girolamo
Genga, linterno del tempio viene completamente tinteggiato a nuovo.
Si dà anche alle stampe un numero unico, "Il S. Giovanni".
Significativo in tale circostanza il discorso di apertura delle celebrazioni
tenuto dal prof. Antonio Brancati, direttore della Biblioteca e dei Musei
Oliveriani, oltre che docente di larga fama, (vedi Il S. Giovanni,
Numero Unico a cura dei Frati Minori e dei Terziari Francescani di
S. Giovanni Battista, s.d. (1976); in cop.: facciata della chiesa di S.
Giovanni, dis. di Giancarlo Scorza).
Nello stesso anno, il 24 gennaio, "vengono semplificati
alcuni altari nelle varie cappelle...".
In quella dedicata a Santa Caterina da Bologna "viene
tolta la grande cornice e il quadro deteriorato.., e viene sistemata la
statua che raffigura San Giovanni Battista che battezza Gesù. Sono anche
tolti dalle pareti lapidi funerarie di antica memoria...".
Nel 1981 si iniziano grossi lavori di ristrutturazione
e restauro nella zona di clausura al primo piano del convento per decisione
del Provveditorato alle Opere Pubbliche di Ancona, poi interrotti verso
la fine di novembre per mancanza di fondi.
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LEuropa, intanto, era giunta ad un tragico nodo
della sua storia. La fine dellepoca napoleonica sembrava essersi
conclusa con una soluzione conservatrice, e gli aristocratici con il clero
meno progressista erano decisi a cancellare subito ogni traccia della
civiltà nata dalla Rivoluzione.
Gli avvenimenti del 1848 tempo in cui fu data
ragionevole speranza che avessero a cessare la presenza e il dominio straniero
sul suolo italiano avevano tuttavia aperto tra i ceti borghesi
parigini un varco nel quale stava inserendosi il quarto stato non
ispirato ancora a idee socialiste, ma piuttosto auspicante lindipendenza
del lavoro.
Quei moti si erano rapidamente propagati anche in Italia
dove però, per la mancanza di una vera coscienza politica tra le masse
popolari tuttora quasi estranee alla lotta per lunità, e latteggiamento
di Carlo Alberto, convinto di poter trionfare militarmente con le sole
forze piemontesi sugli Austriaci (considerati dai Principi italiani protettori
più che nemici), fallirono.
La situazione politico-militare nella penisola andava
così precipitando a vantaggio soprattutto delle aspirazioni liberali che,
sia pure in mezzo ad infinite difficoltà, stavano diffondendosi tra il
popolo colto, ma anche tra i meno abbienti. La rivoluzione francese che
aveva dato lillusione che libertà ed eguaglianza potevano procedere
a braccetto, ora si smentiva.
Carlo Alberto, promulgatore di una costituzione liberale,
che aveva guidato il movimento per lindipendenza e lunità
dItalia covando odio profondo contro lAustria, sempre incerto
sulla via da seguire minacciato comera da una parte dal pugnale
dei Carbonari, e dal cioccolato dei Gesuiti dallaltra, nel
1845 faceva sapere attraverso Massimo DAzeglio ai liberali di tutte
le province dItalia che al momento opportuno essi avrebbero potuto
contare su di lui, e lanno appresso rispondeva al conte De le Tour:
"Se noi perderemo lAustria troveremo lItalia, ed allora
lItalia farà da se".
Sconfitto, di fronte a inaccettabili esigenze di Radetzky,
Carlo Alberto abdicava la sera del 23 marzo 1849 in favore del duca di
Savoia Vittorio Emanuele Il suo figlio, che, energico e risoluto, faceva
sua la causa dellindipendenza e della libertà italiana e si legava
nel 1852 a Cavour: il quale, accorto e prudente, mentre trasformava il
Piemonte in uno stato moderato, perseguendo una politica rigorosamente
antiaustriaca riusciva ad ottenere lalleanza di Napoleone III saldamente
installato al potere, e preparava in tal modo la nascita del nuovo regno
dItalia.
Con i positivi risultati plebiscitari della Toscana e
dellEmilia, e laccoglienza trionfale riservata dai torinesi
e dal parlamento Subalpino nel maggio 1860 ai nuovi deputati, stavano
giungendo anche a Pesaro notizie più o meno manipolate dal governo Pontificio
sui successi riportati da Garibaldi in Sicilia e nel Napoletano.
Cavour, giocando vittoriosamente le sue carte là dove
le aveva giocate il papa e agitando il pericolo che il moto nazionale
italiano sfociasse in una rivoluzione repubblicana, ottenuto con abilità
lassenso delle grandi potenze alloccupazione delle Marche
e dellUmbria, ordinava al generale Enrico Cialdini di marciare su
Pesaro-Ancona e al generale Manfredo Fanti di entrare in Umbria, con lo
scopo di impedire allesercito Pontificio di portare aiuti ai contingenti
impegnati nelle Marche.
Il Deputato Apostolico Tancredi Bellà l'11 settembre
1860 tentava una inutile difesa di Pesaro e con il tenente colonnello
conte Giovanni Battista Zappi, comandante del presidio della città, e
i suoi "ridicoli barbacani" si rinchiudeva poi allinterno
di Rocca Costanza trascinandovi come ostaggi numerosi cittadini. Lassedio
durava sino alle ore 9 del giorno successivo, quando il forte si arrese.
Dopo la vittoria di Castelfidardo, con il regio laconico
titolo di "Commissario Generale Straordinario per le provincie delle
Marche", Cavour inviava a Senigallia Lorenzo Valerio, un torinese
cinquantunenne "provato amico della libertà", nato da famiglia
popolana, il quale da manovale sera trasformato in "manager"
con la forza di un ingegno fecondo che lo rendeva sicuro nelle decisioni
e che lo aveva portato alla carica di Governatore della provincia di Como.
Valerio, che aveva il senso sacrale dello Stato, con
decreto n. 2 del 22 settembre 1860 stabiliva senza mezzi termini la sua
suprema autorità nelle Marche, licenziava le Giunte di Governo e istituiva
in ogni provincia un Governatore da lui eletto, col nome di Commissario
Provinciale (affiancato da un Consiglia di Commissariato composto di tre
consiglieri) dal quale dipendeva il vice-Commissario dislocato nelle città
principali.
Introduceva subito lexequatur, prendeva
sotto personale tutela le opere pie, decideva la costruzione dei primi
cimiteri regionali proibendo la sepoltura nelle chiese, aboliva le decime
e "in virtù dei poteri conferitigli coi Reali Decreti 12 settembre
e 24 dicembre 1860: Visto il Decreto del Governo Italico 7 maggio sulla
soppressione delle Corporazioni Religiose nelle Provincie delle Marche...
Presi gli opportuni concerti col governo di S.M. il Re Vittorio Emanuele
II..." decretava la soppressione di tutte le Corporazioni e gli stabilimenti
di qualsiasi genere degli Ordini Monastici e delle Corporazioni regolari
o secolari esistenti nella Provincia da lui amministrata, fatta eccezione
per le "Suore di Carità, di San Vincenzo, i Missionari detti Lazzaristi,
i Padri scolopi, i FatebeneFratelli e i Camaldolesi del Monte Catria,
territorio di S. Abbondio, in memoria del soggiorno che vi fece Dante
Alighieri, in compenso del culto che vi fu sempre conservato a quel sommo,
e perché mantengano in quei luoghi selvaggi le abitudini dei pii uffizi,
dello studio, e dellospitalità che li fanno desiderati in quel paese...".
Nella Relazione del sindaco di Pesaro, cav. Domenico
Guerrini, "su vani ed importanti oggetti e acquisto di sette Conventi"
[Archivio Comunale Di Pesaro, cat. 7-7-1, Culto, Verbale N°
2, Sessione ordinaria di Primavera del giorno 27 giugno 1862, 2a
Tornata] "Il Sindaco riferisce al Consiglio il risultato della
sua missione a Torino" e "...richiama lattenzione del
Consiglio alla probabilità che sia stanziata in Pesaro un secondo Deposito.
In questo caso... al Municipio spetterebbe di fornire i locali oltre a
quelli che occupano la guernigione e gli altri che occorron sempre per
le truppe di passaggio in questa città. I sette Conventi non basterebbero
al bisogno... Propone quindi che il Consiglio risolva di acquistare anche
il Convento di San Giovanni i cui Religiosi si trasferiscono a S. Francesco
di Paola... Si pone quindi a voti il partito, che segue. Chi intende che
al Sindaco sian date le opportune facoltà di trattare lacquisto
di tutto il Convento di S. Giovanni, riservando al Consiglio di approvare
definitivamente i patti, e condizioni del contratto, si alzi in piedi.
Si levano tutti, per cui passò a pieni voti".
I frati di San Giovanni Battista sono cosi costretti
ancora una volta a sloggiare dallantico convento (per rifugiarsi
in quello dei "Minimi" di San Francesco di Paola già evacuato)
nel quale resta per qualche tempo il custode, poi allontanato e alloggiato
a spese del Municipio di Pesaro per un nolo mensile di lire quindici
in alcune stanzette di una casa di fronte alla porta laterale del
tempio.
Il 31 dicembre 1867, "lAmministrazione del
Fondo per il Culto, rappresentata dal Ricevitore Favero, e autorizzata
dalla direzione Compartimentale di Ancona con nota 27 novembre p.p., N.
11926 - 11819/57 Sezione Culto", alla presenza del pubblico notaio
Alessandro Perotti, "cede e consegna al Municipio di Pesaro e per
esso al suo Sindaco Nobil Uomo Sig. Marchese Alessandro Gallucci lex
convento dei PP.MM. Riformati..., già ridotto per cura dello stesso Municipio
ad uso di Quartiere Militare per le Truppe di Sussidio", assumendosi
formalmente tutti gli obblighi imposti dalla legge 7 luglio 1866 "e
specialmente quello di pagare e rimborsare le spese occorse per detto
fabbricato... di mantenerlo in buono stato e di concederne semplice e
gratuitamente la occupazione alle truppe di sussidio".
E poiché la chiesa di San Giovanni Battista è aperta
al culto, la Giunta Municipale si arroga il diritto di destinarvi un religioso
vestito da prete secolare.
Muore il secolo XIX lasciando una triste eredità di ingrate
memorie per i membri della religiosa famiglia del San Giovanni Battista.
Il grande tempio non ha perduto tuttavia il suo antico
splendore.
I francescani sono riusciti a custodirlo con dedizione
nonostante il turbine di due soppressioni e gli eventi che lo hanno profanato.
Essi sono rimasti al loro posto quando avrebbero potuto provvedersi di
un nuovo convento, uniti nella comune volontà di non tradire gli antichi
fratelli che in quel luogo sacro e in quel chiostro erano serenamente
vissuti lasciandoli eredi dei frutti del loro intenso lavoro.
Il nuovo secolo porta ancora sconquassi nella Minoritica
comunità francescana.
Durante il lungo periodo della prima guerra mondiale,
il tempio di San Giovanni Battista e il suo convento sono ridotti a quartiere
militare per le truppe di stanza a Pesaro.
La chiesa, sconsacrata, è ridotta a stalla. Anche Benito
Mussolini, caporale, vi è ospite e per ripararsi dallumidità della
notte riposa sulla mensa dellaltare di San Francesco.
Altari, sepolture, tutto è manomesso. Pure lorgano
e sfasciato. Si rispetta soltanto il coro dove vengono celebrati i riti
sacri. E i religiosi, preoccupati, cercano di trasformare in magazzini
chiusi per la conservazione delle suppellettili della chiesa anche una
piccola parte della costruzione rimasta libera al culto.
Il terremoto del 15 agosto 1916, giorno dellAssunta,
rovina la cupola del tempio determinandone un ulteriore aggravamento delle
già precarie condizioni.
Finalmente, il 4 novembre 1918, sgombrato il San Giovanni
Battista dalle truppe in conseguenza dellarmistizio, il p. custode
Natale Radicioni da Castelferretti inizia le pratiche per le gravose riparazioni
e per ottenere la ricostruzione dellorgano.
Il Municipio di Pesaro, che ha subito concesso luso
della retrosagrestia ai religiosi, ordina linizio dei lavori di
restauro della chiesa nellultima settimana di aprile del 1926, e
li completa la vigilia di Natale di quello stesso anno, con il totale
rifacimento della pavimentazione e la tinteggiatura della grande navata.
Il 17 aprile 1929, per ordine del Fondo per il Culto
si procede alla revisione dellultimo inventano del 31 dicembre 1867
di tutti gli oggetti della chiesa, e il 5 settembre si porta a compimento
la nuova orchestra e si collocano le nuove bussole costruite
rispettivamente a spese della comunità religiosa e del municipio alla
porta laterale e a quella principale del tempio.
Il 28 novembre dello stesso anno con lintervento
di Maestri del R. Conservatorio G. Rossini, del clero, e la partecipazione
di gran numero di fedeli viene inaugurato con un concerto vocale - strumentale
a carattere di vero avvenimento artistico, il piccolo organo di scuola
veneta ( seconda metà del sec. XVIII), opera di Francesco Polinori, restaurato
da Gaetano Baldelli "fabbricante di organi - armonium" in Pesaro.
Negli anni dal 1938 al 1940 il ventunenne pittore fanese
Enzo Bonetti, soldato di leva in forza al Distretto Militare dislocato
nei locali del convento di San Giovanni Battista, affresca a tempera con
mezzi di fortuna venti delle ventidue lunette del chiostro, illustrando
episodi dellattività dei tre corpi nellambito delle forze
armate italiane durante il conflitto etiopico (1935-1936), e le pareti
alte delle due restanti ali del chiostro e quelle dei corridoi della zona
del convento non in concessione ai religiosi con altre scene raffiguranti
battaglie dellantica Roma, ricevendo anche le congratulazioni di
S.A. il Principe Ereditario Umberto LI di Savoia presente a Pesaro nella
seconda quindicina di agosto del 1939.
In questo stesso periodo il Bonetti realizza usando
cemento e creta la bella statua del Fante nellatto
di lanciare una bomba a mano, che viene collocata dai religiosi nella
zona centrale del chiostro. La statua andrà distrutta durante loccupazione
alleata.
Le cronache della chiesa di San Giovanni Battista non
rilevano fatti di particolare interesse fino allo scoppio della seconda
guerra mondiale, quando nuovamente si avvicendano nel tempio truppe e
carriaggi militari che mettono a soqquadro per tanto tempo lintero
edificio.
Un bombardamento aereo del 1944 manda in frantumi la
vetrata del finestrone che si apre sopra la parte centrale del coro, raffigurante
lAgnello di San Giovanni, e la mezzaluna sopra la "Cappella
del Crocifisso", raffigurante i simboli della Passione di Gesù.
Con il ritorno alla pace e a giorni migliori, i religiosi del San Giovanni
Battista, diminuiti di numero e pur tra le ristrettezze economiche di
unepoca ormai avara di mecenati, e non certo sempre soddisfacentemente
aiutati spesso per "mancanza di fondi" dallAmministrazione
comunale (in forza degli impegni sotto-scritti nel 1867), iniziano pazientemente
la ricostruzione delle zone devastate del convento e ottengono nel 1951,
per i buoni uffici del p. guardiano Enrico Paoletti da Fabriano, il rifacimento
gratuito dellintera pavimentazione della chiesa grazie allinteressamento
del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche di Ancona e allopera
degli stessi religiosi.
Il pavimento è realizzato con piastre in cotto intervallate
da strisce marmoree ricalcanti il perimetro delle cappelle laterali della
navata e isolanti lo spazio centrale del quale evidenziano la forma ottagonale.
Genio Civile e Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche
di Ancona si alternano dal 1972 in attenti sopralluoghi per rilevare i
lavori di restauro di maggior urgenza da realizzare allesterno e
allinterno del tempio francescano.
Dopo lunghe, laboriose, e spesso aspre trattative condotte
dai Religiosi per ottenere la concessione duso di una parte del
convento non più adibito a Distretto Militare, ma utilizzato come Magazzino
Militare dipendente quale sezione staccata da Forlì, l8 novembre
1975 il ministro della Difesa on. Arnaldo Forlani al quale la comunità
di San Giovanni Battista in occasione di una sua visita aveva chiesto
un sostanziale e decisivo intervento presso le competenti sedi di Roma
così telegrafava a p. Armando Pierucci superiore del convento: "Riferimento
sue precedenti richieste sono lieto comunicarle che da questo Ministero
sunt state impartite disposizioni per retrocessione immobile ex Distretto
Militare at Comune Pesaro entro corrente mese. Concessione uso chiostro
detto immobile at codesto convento dovrà essere concordata da Signoria
Vostra con Sindaco che habet già dichiarato favorevole predisposizione
Amministrazione Comunale...".
Il verbale di consegna firmato dalle parti in data 25 novembre 1975, trasmesso
dallUfficio Tecnico Erariale con lettera n. 10199/4033 del 29 novembre
1975, registrata al Protocollo del Comune di Pesaro con n. 28658 del 1 dicembre
1975, permise dunque ai religiosi di San Giovanni Battista luso precario
e temporaneo dei locali di quel tratto del convento intorno al chiostro
dal quale per tanti anni erano stati esiliati.In occasione del V centenario
della nascita di Girolamo Genga, linterno del tempio viene completamente
tinteggiato a nuovo. Si dà anche alle stampe un numero unico, "Il
S. Giovanni". Significativo in tale circostanza il discorso di
apertura delle celebrazioni tenuto dal prof. Antonio Brancati, direttore
della Biblioteca e dei Musei Oliveriani, oltre che docente di larga fama,
(vedi Il S. Giovanni, Numero Unico a cura dei Frati Minori e dei
Terziari Francescani di S. Giovanni Battista, s.d. (1976); in cop.: facciata
della chiesa di S. Giovanni, dis. di Giancarlo Scorza). Nello stesso
anno, il 24 gennaio, "vengono semplificati alcuni altari nelle varie
cappelle...". In quella dedicata a Santa Caterina da Bologna "viene
tolta la grande cornice e il quadro deteriorato.., e viene sistemata la
statua che raffigura San Giovanni Battista che battezza Gesù. Sono anche
tolti dalle pareti lapidi funerarie di antica memoria...". Nel 1981
si iniziano grossi lavori di ristrutturazione e restauro nella zona di clausura
al primo piano del convento per decisione del Provveditorato alle Opere
Pubbliche di Ancona, poi interrotti verso la fine di novembre per mancanza
di fondi. |
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