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GENGA ARCHITETTO
ASPETTI DELLA CULTURA URBINATE NEL PRIMO 500
di Antonio Pinelli Orietta Rossi
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| DA FRANCESCO
MARIA A GUIDOBALDO II |
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Nella decorazione della villa Sforza e nelledificazione
dellImperiale nuova si riassume, al massimo livello di impegno
economico ideologico e culturale, tutta la vasta attività esplicata
da Genga al servizio di Francesco Maria e di Eleonora della Rovere.
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| Si è già accennato alla componente ideologica che si riflette
in queste opere e che ha costituito un dato a priori di cui Genga
ha dovuto tenere conto non solo nella scelta dei singoli interventi architettonici
o dei programmi iconografici, ma perfino nelle soluzioni linguistiche
da adottare. |
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| In questo quadro anche la volontà dei duchi di concentrare
nellImperiale le massime ambizioni del loro programma edilizio acquista
un valore emblematico, se solo si pensa al risalto che la storiografia
roveresca ha voluto dare allo scontro vittorioso di Francesco Maria sul
colle di San Bartolo, secondo uninterpretazione che travisa la realtà
del fatto storico (tuttaltro che decisivo ai fini della riconquista
dello Stato), ricalcando senza dubbio la" versione "ufficiale
dellavvenimento. |
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| Né va trascurata lipotesi che larco di collegamento
tra le due ville implicasse, almeno nella sua prima motivazione, un intento
celebrativo della vittoria del 1317, come lascia supporre lepigrafe
che Bembo aveva destinato al suo frontespizio. |
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| Lanalisi dellImperiale e dei molti lavori eseguiti
o avviati da Genga sotto Francesco Maria dimostra come larchitetto
abbia espresso, insieme alle direttive ideologiche della politica culturale
roveresca, anche le contraddizioni interne a quella politica. |
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| Il dato più macroscopico è la progressiva sproporzione
tra velleità celebrative e reali disponibilità finanziarie che, ancora
latente ai tempi di Francesco Maria, si manifesta in tutta la sua evidenza
con Guidobaldo, come sottolineano tre relazioni di ambasciatori veneti
che forniscono le testimonianze più preziose sul lungo e travagliato governo
del secondo duca roveresco (1538-1374). |
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Lo studio di queste relazioni è indispensabile per definire
la cornice oggettiva entro cui Genga svolse la sua opera di architetto
ducale e di principale garante, prima di persona, poi attraverso il
figlio e gli allievi che gli succedettero nellincarico, della
continuità degli indirizzi culturali della corte roveresca nel preminente
settore artistico.
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Da esse, soprattutto, è possibile trarre dati ed elementi
di giudizio su quella rivolta di Urbino (1372-73), che concluderà drammaticamente
lultimo scorcio del ducato di Guidobaldo, coinvolgendolo nella più
grave crisi interna subita dallo Stato metaurense sotto i della Rovere.
La ribellione di Urbino, esasperata da un aggravamento delle tasse sui
generi di prima necessità, fu, insieme alla feroce repressione che la
soffocò, latto finale di una crisi economica e politica che affondava
le sue radici nel mancato adeguamento del piccolo Stato sullAdriatico
alla nuova realtà che lo circondava e alla relativa stabilità politica
instaurata in Italia dalla Controriforma e dal predominio spagnolo. |
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| Nel nuovo assetto degli Stati italiani il ducato roveresco
vide perdere la sua residua importanza politica e strategica di pari passo
con lesaurirsi della sua maggiore risorsa economica, la guerra,
ai cui margini aveva fino ad allora prosperato. |
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| Nulla di ciò trapela nella scarsa bibliografia storica sul
ducato urbinate, comprese le relazioni venete, che si limitano ad additare
la rivalità campanilistica tra Pesaro e Urbino e linsostenibile
pressione fiscale come uniche motivazioni della ribellione del 1373, scambiando
gli effetti e il detonatore della rivolta con le sue ragioni di fondo
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| Più interessanti, per la nostra analisi, sono invece gli
" errori " che gli ambasciatori veneziani indicano come causa
della scalata fiscale del regime di Guidobaldo II. Entrambe riconducibili
alla conduzione politica ducale, gli " errori ", in sintesi,
sarebbero due: |
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- Leccessiva liberalità di Guidobaldo e il lusso sproporzionato
di cui si circondava;
- il suo improvvido mutamento di campo, con il passaggio dal tradizionale
e remunerativo incarico di Capitano generale della Repubblica veneta
a quello di Generale delle genti di Sua Maestà cattolica in Italia
per conto di Filippo II; ufficio questo tanto onorifico quanto oneroso
per le spese che comportava.
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Le tre relazioni venete, due
delle quali ad una data non sospetta perché anteriore alla rivolta di
Urbino, non fanno che mettere in risalto il fasto della corte roveresca,
il suo ostinato attaccamento alla stile di vita del suo splendido passato,
lo sfoggio di liberalità - a prezzo di debiti e di vessazioni fiscali
- ostentato dal duca per mantenere un costoso e pletorico apparato cortigiano
e militare. A voler leggere fra le righe, gli ambasciatori veneti lasciano
anche capire come, in quel contesto, la munificenza di Guidobaldo potesse
essere il frutto di una necessità, ancor più che una scelta soggettiva,
osservazione che si può senz'altro estendere all'indubbia anche se contingente
" funzionalità " del suo programma artistico. |
| Rimane fuori dellambito del nostro studio lanalisi
di come Francesco Maria Il abbia tentato di raddrizzare la pesante eredità
paterna, avviando una ristrutturazione economica dello Stato cui fece
eco una sterzata in senso rigorista e riformatore dei programmi edilizi
e di tutta la vita culturale e sociale del ducato ( è in questo periodo
che vengono affrontati concretamente alcuni problemi decisivi, come quelli
delle bonifiche, del porto e del piano regolatore di Pesaro). |
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Volendoci limitare a Guidobaldo e allopera di Girolamo Genga,
è più opportuno invece ricordare come nella costruzione del San Giovanni
Battista di Pesaro, l maggior impegno edilizio dellarchitetto
su committenza del successore di Francesco Maria, si segnali un episodio
singolare che conferma quanto si è detto sulla megalomania di Guidobaldo
e sui suoi esiti contraddittori.
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Nella Storia dei Minori Osservanti di Francesco Gonzaga
è infatti rimasta leco di una disputa tra il duca e i frati di San
Giovanni, luno intenzionato a dotare la città di un tempio monumentale
e fastoso, gli altri più inclini ad erigere un edificio in carattere con
il loro voto di povertà.
Non è escluso che il notevole contrasto tra la ricchezza del paramento
esterno della chiesa e la sobrietà del suo interno vadano letti anche
alla luce di questa controversia. Quanto allo stato di incompiutezza in
cui ancor oggi si trova il San Giovanni, esso conferisce un ulteriore
accento di " continuità " tra le fabbriche di Francesco Maria
e quelle del suo successore. |
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IL SAN GIOVANNI BATTISTA
Il progetto di costruire a Pesaro una chiesa dedicata
a San Giovanni Battista maturò ai tempi del ducato di Francesco Maria,
ma prese corpo soltanto sotto Guidobaldo II. Il nuovo edificio veniva
a sostituire unantica chiesa il cui abbattimento si era reso necessario
per far luogo alla cinta muraria della città. Nel 1543, a sette
anni dalla demolizione, Guidobaldo Il e Giulia Varano posero la prima
pietra della nuova costruzione in una zona della città non lontana dallantica
sede. Il progetto delledificio fu affidato a Girolamo Genga nella
sua veste di architetto di corte.
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La lentezza dei lavori di costruzione impedì a Girolamo
di veder compiuto ledificio e la stessa sorte toccò a suo figlio
Bartolomeo, che gli era succeduto nella direzione dei lavori. Quando questultimo
mori a Malta, nel 1538, il progetto era stato eseguito in gran parte,
ma mancavano molti dettagli allinterno e soprattutto il completamento
del rivestimento esterno.
Fino a questa data il modello di Girolamo fu accuratamente rispettato
come confermano il Vasari e, più esplicitamente, una lettera del dicembre
1331, in cui si accenna a raccomandazioni in questo senso espresse da
Guidobaldo a Bartolomeo Genga.
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Altri documenti ci ragguagliano sui lavori di rifinitura
allinterno, per la maggior parte eseguiti nel corso del Seicento,
e sullabbattimento del vecchio coro, sostituito nellOttocento
da uno più ampio. Lesterno della chiesa rimase invece incompiuto.
Tale incompletezza è particolarmente sensibile nella facciata, irrisolta
nel timpano e nella fascia mediana, e priva delle previste modanature
e dei marcapiani in travertino.
Anche lungo i fianchi della chiesa le ammorsature sottolineano in negativo
la mancata messa in opera dei travertini, mentre la doppia serie di finestre,
per lo più cieche, sono rimaste ugualmente indefinite. |
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Lincompiutezza della facciata non pregiudica però
la possibilità di leggerne la struttura essenziale. Ad un ordine superiore
coronato da un timpano, tipologicamente affine allalbertiana S.
Maria Novella e ai molti prospetti che ne derivano, corrisponde un ordine
inferiore che piuttosto riecheggia, nei tre grandi fornici, il tempio
Malatestiano di Rimini.
Questultima analogia comunque, non deve mettere in ombra la differenza
decisiva costituita dalluguale altezza dei tre archi e dal loro
chiaro rapporto prospettico con le nicchie interne, la cui genesi formale
consiste nellidea di proiettare limmagine di un portico sul
piano di facciata. |
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Lincompiutezza della fascia mediana del prospetto non ci consente
di stabilire come larchitetto avesse progettato il rapporto tra
ordine superiore e inferiore; appare chiaro comunque che essa non aveva
valore di cesura (come in Santa Maria Novella), ma di piano di raccordo
che favorisse la compenetrazione dei due ordini. Così sembra infatti
si debba interpretare lo " sconfinamento " nella zona mediana
dei tre arconi, sottolineato dalle atrimorsature che li tagliano allaltezza
delle imposte.
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| Da un punto di vista strettamente lessicale il linguaggio
adottato per lesterno del San Giovanni non differisce sostanzialmente
da quello dellImperiale. Identico è soprattutto latteggiamento
sperimentale di Genga nei confronti di questo repertorio, accettato aprioristicamente
nei suoi singoli termini, ma riutilizzato indipendentemente da ogni univoco
e organico riferimento emblematico a leggi naturali (e architettoniche)
immutabili e unitarie. |
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A ragione Tafuri, in un passo che costituisce la più compiuta sintesi
critica dellarchitettura di Girolamo, ha potuto parlare di uno
" sperimentalìsmo " genghiano, che allinea le ricerche
dellurbinate a quelle di Peruzzi, di Giulio Romano o del Serlio,
per molti versi analoghe nel loro aperto contrasto con certo universalismo
bramantesco (anche se al Bramante romano gli studi successivi
al libro del Tafuri lo hanno dimostrato va riconosciuta una posizione
meno rigida e univoca di quanto lo storico, per opportunità dialettica,
abbia tratteggiato).
" Nel Genga ", scrive Tafuri, il segno architettonico,
la grammatica classicista e il repertorio geometrico-spaziale ad esso
connesso sono definitivamente ridotti a nessi di comodo nel contesto
di indipendenti soluzioni di spazio, dove allemblematicità originaria
di quei segni si sostituisce un controllo diretto delle
loro leggi aggregate, secondo una ricerca di finzioni cromatico-atmosferiche
riportate al vibrare del piano-superficie, e di valori, opposti a questi,
di sfondamento prospettico, risolti in rappresentazioni spaziali
densamente articolate tramite le accumulazioni cromatiche delle membrature
e delle sovrastrutture decorative ".
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| Nella fronte del San Giovanni come nel prospetto
sud o nel cortile dellImperiale, le finzioni " cromatico-atmosferiche
" sono il risultato di un processo di scomposizione luministica
della parete, ottenuta attraverso una tecnica di scavo in funzione della
moltiplicazione dei piani prospettici, che fa leva sulle proprietà costruttive
e cromatiche del cotto. Ne deriva una " labilità della strutturazione
prospettica " (Tafuri) che, accanto al consueto rapporto-contrasto
fra interno ed esterno e allalterna ricerca ora di unificare ora
di rendere incompenetrabili ed autonomi gli spazi, è una delle caratteristiche
più evidenti dellambiguità spaziale e strutturale degli edifici
genghiani. |
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| Nella facciata della chiesa pesarese il disinteresse per
una correlazione organica di spazi interni e spazi esterni appare evidente
nella mancanza di un preciso rapporto tra la scansione orizzontale e verticale
e la definizione delle volumetrie interne. Nel fianco della chiesa una
relazione con linterno esiste, ma è labile e approssimativa: da
un lato, tra la scansione della parete esterna del fianco e la strutturazione
interna della navata vi è una corrispondenza innegabile; dallaltro
questa corrispondenza riflette solo in parte la complessa articolazione
delle cappelle e delle nicchie che si aprono allinterno della chiesa.
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| La stessa presenza di un gran numero di finestre cieche,
significativa costante degli edifici genghiani, costituisce una conferma
dellindifferenza dellarchitetto per un rapporto chiaro ed
organico tra interno ed esterno. Ma non mancano, come altre volte, indicazioni
contraddittorie. Prima fra tutte quella dei due angoli concavi che, sul
fianco della chiesa, raccordano rispettivamente il piano della facciata
con lattacco della navata e linnesto di questa nel tiburio.
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| Anche in questi episodi, innegabile riflesso esterno dellarticolazione
degli spazi interni, la caratteristica ambiguità progettuale di Genga
si traduce in un atteggiamento tuttaltro che univoco: se da una
parte i due raccordi sottolineano ed esaltano con levidenza di una
medita definizione tipologica questa interna articolazione, dallaltra,
proprio la soluzione concava attenua i dislivelli dei diversi corpi di
fabbrica (facciata, nave, transetto), suggerendo la sostanziale continuità
della parete. |
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| Entrando nella chiesa balza evidente lintenzione genghiana
di marcare un deciso contrasto con lesterno. Nellampia navata
colpisce il purismo geometrico e lassoluta assenza di sovrastrutture
decorative, laddove il prospetto sulla via si qualificava per laddensarsi
delle membrature e la varietà degli accenti cromatici. Un nuovo contrasto,
questa volta tra navata e transetto, è generato dalla stessa matrice planimetrica
delledificio che, sullesempio di certi schemi proposti da
Francesco di Giorgio, è concepita in funzione di una somma, più che di
una sintesi, di pianta centrale e pianta longitudinale. Lo sviluppo autonomo
del transetto a pianta centrale (un ottagono irregolare) e della navata
longitudinale è messo in evidenza prima di tutto dallo scarto dimensionale
dei due ambienti e dalla loro differenziazione luminosa; ma non è di minor
rilievo la marcata sfasatura dei rispettivi marcapiani. |
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| La navata si presenta come una grande aula coperta da una
volta a botte, con cappelle laterali a tricora che si alternano a nicchie
di minor altezza. Il lieve risalto delle membrature e lassenza di
qualsiasi decorazione assicurano alledificio la " purezza e
semplicità del colore " tanto raccomandate dallAlberti, mentre
il ritmo scandito e la geometria formale delle cappelle e delle nicchie,
esaltati dalla rinuncia alla consueta mediazione delle modanature, contribuiscono
allanimazione chiaroscurale dellambiente, moltiplicandone
le occasioni centrifughe. |
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| Al pluralismo prospettico della navata si contrappone la
tensione verticale del transetto, dove tutte le linee di fuga convergono
nella cupola. La massa muraria, scavata da ampie absidi poco profonde
e traforata da grandi termali, è ulteriormente alleggerita dallintensità
della luce che piove dallalto e accentua la labilità di ogni riferimento
metrico e lo slancio ascensionale delle strutture. Anche la coppia di
colonne libere o di colonna e lesena che si innestano nei profili degli
arconi esaltano lo scatto verticale verso la cupola, marcando una netta
cesura a meno di metà dellaltezza degli archi. |
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| Il motivo della colonna libera nelle strutture di sostegno
della cupola deriva certamente dal San Bernardino urbinate di Francesco
di Giorgio (e dalla soluzione analoga del San Giovanni Battista di Gradara).
Lelaborazione del tema martiniano subisce però nelledificio
del Genga un ribaltamento che ne sovverte la sintassi lineare. |
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Mentre Francesco di Giorgio imposta quattro colonne
singole (anche egli su alti basamenti) negli angoli su cui si scarica
il peso della cupola circolare, Girolamo spezza il nesso cupola circolare
- spazio cubico, introducendo la figura intermedia dellottagono
irregolare e sottoponendo ad un analogo processo " scompositivo
" le strutture portanti, analizzate nelle singole risultanti dei
pesi e delle spinte che sono in gioco.
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| Questo episodio, che avrà un seguito importante nel lessico
architettonico, dal San Pietro a Bologna a Santa Maria in Campitelli,
rappresenta, allinterno dellambigua dialettica spaziale
dellarchitettura genghiana, uno degli esperimenti più significativi
di rottura dellincompenetrabilità degli spazi attraverso lindividuazione
di un nesso sintattico. Vera e propria cerniera di raccordo tra navata
e transetto, la doppia colonna e, più in generale, il complesso pilone
di sostegno della cupola divengono così il principale momento di mediazione
di due spazi altrimenti disomogenei. |
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| Alla novità iconografica della coppia di colonne libere
fa riscontro l'inedita tipologia dellarcone trionfale, che conferisce
un sapore di reminiscenza arcaizzante e neobizantina alla sorprendente
spazialità interna del San Giovanni. Ma al di là di un riferimento storicistico
che possiamo ipotizzare ma non verificare, emerge chiara la ragione progettuale
di questo arcone " rialzato ", ripetizione a scala gigante dei
profili delle nicchie e delle cappelle. |
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| Con il suo richiamo modulare (cui fanno eco, come un modulor,
le piccole nicchie che si ripetono sui quattro piloni), larcone
trionfale, vero fulcro delledificio, si pone come chiave di lettura
di unopera in cui la modularità è intesa come elemento di unificazione
percettiva, anziché strutturale, dello spazio. Va da sè che per Genga
anche lassioma classico della modularità viene assunto al di fuori
del proprio organico riferimento ad unemblematica spaziale regolata
da leggi universali e immutabili. Il risultato è una clamorosa "
invenzione " formale e insieme una consapevole eresia. |
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